Invano

L’intentenzione originaria non è di tipo politico, bensì spirituale. E muove da una domanda solo apparentemente semplice: che cosa rimane di questo benedetto potere? Per Filippo Ceccarelli, scrittore e giornalista, autore di uno sterminato archivio sulla politica italiana donato nel 2015 alla Biblioteca della Camera dei Deputati, non rimarrà niente, perché il potere è per sua natura invano. «In fondo non è che un modo per ingannare la morte», dice sorridendo, cercando di fornire una spiegazione antropologica al titolo del suo ultimo libro, Invano. Il Potere in Italia da De Gasperi a questi qua (Feltrinelli), meraviglioso racconto tribale di quasi mille pagine che ripercorre le vicende e le disavventure delle varie tribù politiche italiane che hanno maneggiato il potere, prediligendo però sempre la dimensione umana, a volte tragica, spesso grottesca, alla rilevanza immediatamente politica. E quindi maschere, idiosincrasie, stili di vita, aneddoti, costumi, Andreotti certo ma anche Franco Evangelisti («a Fra che te serve»), Craxi ma anche Umberto Cicconi, il fotografo personale dell’ex leader socialista che a un John Gotti che lo voleva al suo servizio rispose con un lapidario «ho già un boss», Bossi ma anche i giovani padani che provarono invano a marciare su Roma con indosso magliette dove s’intravedeva il Leone di San Marco intento a ingropparsi una malcapitata lupa.  Leggendo il libro si ride, molto, si scoprono storie straordinarie e, man mano che scorrono i decenni, un po’ ci si dispera: per come eravamo, per come siamo diventati e forse un po’ anche per le occasioni perdute.

Continua qui