Testamento spirituale

da Il Pedante

Non passa giorno senza che ci si imbatta nell’annuncio di nuove e vieppiù audaci applicazioni dell’intelligenza artificiale: quella all’indicativo futuro che guiderà le automobili, diagnosticherà le malattie, gestirà i risparmi, scriverà libri, dirimerà contenziosi, dimostrerà teoremi irrisolti. Che farà di tutto e lo farà meglio, sicché chi ne scrive immagina tempi prossimi in cui l’uomo diventerà «obsoleto» e sarà progressivamente sostituito dalle macchine, fino a proclamare con dissimulato orgasmo l’avvento di un apocalittico «governo dei robot». Questo parlare di cose nuove non è però nuovo. La proiezione fantatecnica incanta il pubblico da circa due secoli, da quando cioè «la religione della tecnicità» ha fatto sì che «ogni progresso tecnico [apparisse alle masse dell’Occidente industrializzato] come un perfezionamento dell’essere umano stesso» (Carl Schmitt, Die Einheit der Welt) e, nell’ancorare questo perfezionamento a ciò che umano non è, gli ha conferito l’illusione di un moto inarrestabile e glorioso. Come tutte le religioni, anche quella della «tecnicità» produce a corollario dei «testi sacri» degli officianti-tecnici un controcanto apocrifo di leggende popolari in cui si trasfigurano le speranze e le paure dell’assemblea dei devoti. Delle leggende non serve indagare la plausibilità, ma il significato. […]

Osserviamo la realtà. Nella pratica, quasi tutto ciò che oggi si fregia sui rotocalchi e nei parlamenti dell’etichetta di IA – cioè la digitalizzazione, in qualunque modo o misura la si applichi – è molto lontano dal requisito di portare la macchina nel modus cogitandi et operandi degli esseri umani per mettersi al loro servizio. All’opposto, le sue applicazioni implicano la necessità o persino l’obbligo che siano invece gli uomini ad adeguarsi alle procedure della macchina e a servirla. Ad esempio, se davvero avessimo a che fare con un’intelligenza umanoide di silicio che si integra con discrezione nella nostra struttura mentale, che bisogno avremmo di lamentarci della mancanza di «cultura digitale»? Non dovrebbe toccare al calcolatore l’onere di assorbire la nostra cultura? E a che pro insegnare il «coding», la lingua dei computer, a tutti i bambini? Di salutarlo (boom!) come «il nuovo latino»? Non dovevano essere i robot a parlare la nostra lingua? E perché addannarci con procedure telematiche, moduli online, assistenti telefonici, PEC, app, PIN, SPID, registri elettronici ecc. e stravolgere il nostro modo di lavorare e di pensare per servire al calcolatore la «pappa pronta» da digerire? Perché faticare il doppio per trasmettergli le nostre fatture nell’unico formato che riesce a comprendere, quando un mediocre studente di ragioneria sarebbe stato in grado di decifrarle in ogni variante formale? E perché spendere tempo, quattrini e salute nervosa per imparare tutte queste cose? Il «deep learning» non doveva essere una prerogativa dei nuovi algoritmi? Insomma, si ha l’impressione che la celebrata umanizzazione della macchina si stia risolvendo proprio nel suo contrario: in una macchinizzazione dell’uomo. Che l’impossibilità – lo ripetiamo: ontologica – di portare i circuiti nei nostri ranghi stia producendo il risultato inverso di fletterci, costi quel che costi, alla rigida cecità della loro legge.

Certo, possiamo raccontarci che questi sono solo paradossi transitori che servono a perfezionare e a istruire l’IA affinché spicchi presto il volo promesso. Ma la verità è un’altra ed è sotto gli occhi di tutti. È che l’IA è la nostra intelligenza, l’IA siamo noi. Non ci parla dei progressi dell’ingegneria e della scienza, ma di un auspicato progresso dell’uomo chiamato a spogliarsi dei suoi difetti – cioè di se stesso – per rivestirsi della stolta obbedienza, della prevedibilità e della governabilità dei dispositivi elettronici. Se nella prima fase questa transizione si è imposta con la seduzione dei suoi vantaggi, dal personal computer in ogni casa ai servizi internet gratuiti fino alla connettività mobile, in quella successiva deve forzare la mano magnificando i suoi benefici e rendendoli in ogni caso obbligatori con qualche pretesto penoso: la semplificazione, il risparmio, il progresso-che-non-si-può-fermare. È la fase in cui ci troviamno oggi: quella del 5G, degli elettrodomestici e delle automobili in rete, dei telefoni che non si spengono mai, della telematizzazione kafkiana dei servizi pubblici e, insieme, dei mal di pancia di chi si preoccupa, resiste e dubita, anche perché le promesse di miglioramento sociale che hanno accompagnato la precedente ondata sono state tutte miseramente disattese (che si parli di crisi proprio da quando si parla di «rivoluzione digitale» è un dettaglio che non tutti hanno trascurato di notare). Nel frattempo qualcuno, reso audace dallo Stato innovatore-coercitore, scopre le carte e prepara la terza e ultima fase in cui gli esseri umani dovranno accogliere le macchine anche nel proprio corpo e non più solo nei pensieri, con l’impianto di circuiti e processori collegati agli organi o direttamente al cervello. Con tanti saluti ai computer che diventano intelligenti, l’intelligenza diventerà un computer e l’uomo «sarà allora bardato di protesi prima di diventare egli stesso un artefatto, venduto in serie a consumatori diventati a loro volta artefatti. Poi, divenuto ormai inutile alle proprie creazioni, scomparirà» (Jacques Attali, Une brève histoire de l’avenir).

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Questa riflessione non sarebbe completa senza chiedersi: perché? Qual è il senso di questo processo e del suo essere salutato come una mano santa, o almeno come una sfida a cui non ci si deve sottrarre? Indubbiamente a qualcuno non dispiacerà l’idea di tracciare, controllare e condizionare ogni azione o pensiero di ogni singolo individuo, ovunque e in qualunque momento. Né di assoggettare i popoli a processi e processori automatici che non lasciano scampo, privi di riflessione e di empatia e perciò inesorabilmente fedeli al mandato, fosse anche il più atroce. Ma anche questo sogno o incubo non sarebbe nuovo. La psicopatologia dell’onnipotenza e la volontà di dominio sono sempre esistite. Più triste è invece l’assenso delle cavie che si prestano a un siffatto esperimento di subumanesimo: dai politici che assecondano beoti le mode globali e le impongono ai cittadini, ai cittadini stessi che si immaginano pionieri di un’ubertosa età del silicio. C’è, evidentemente, un problema di percezione che non può essere solo effetto della propaganda.

Una civiltà che desidera superare l’umano non può che essere profondamente scontenta di sé. È una civiltà delusa e intrappolata, incapace di raggiungere gli obiettivi che si è imposta ma altrettanto incapace di respingerli e di riconoscerli come ostili al proprio bisogno di prosperità e giustizia.

Non riesce a immaginare un’alternativa e immagina allora che l’anello marcio della catena siano proprio i suoi membri: gli uomini deboli e irrazionali, indegni della meta. Umso schlimmer für die Menschen! Nasce da qui, dalla percezione strisciante di un fallimento epocale, l’illusione di salvarsi incatenando i passeggeri ai sedili e di sopprimerne le salvaguardie per espiare la «vergogna prometeica» (Günther Anders) di non essere all’altezza delle proprie creature, anche politiche. Per comprendere le radici di questa disperazione è quindi inutile interrogare gli ingegneri. Le tecnologie, intelligenti o meno, sono solo il pretesto di una fuga da sé che andrebbe affrontata almeno abbandonando la tentazione puerile di soluzioni «perfette» e perciò estranee al mistero irriducibile di un’umanità in cui «si mescolano polvere e divinità» (Fritjof Schuon), che vive nella quantità mentre aspira all’innumerabile e dissemina le sue verità provvisorie in miliardi di anime. Rimarrà il compromesso di una vita non certo geometrica e rassicurante come un videogioco, ma proprio per questo possibile, forse anche degna di essere vissuta.

L’oppio del popolo #3

Qui la prima parte e Qui la seconda

Per riuscire a sbloccare questo circolo vizioso è però necessario, oltre che ridimensionare lo sguardo, cercare di procedere a un lavoro di riorganizzazione del proprio Io: anche su questo le parole di Fofi sono abbastanza precise e penetranti, andando ad attaccare il narcisismo (fondamentale resta un altro libro sempre di Lasch che reclama da tempo una doverosa ristampa, La cultura del narcisismo), responsabile nel portare l’io a uno stato di «malattia» che si riversa soprattutto in chi ha delle ambizioni intellettuali, costretto in uno sfrenato individualismo: «io penso, io scrivo, io recito, io filmo, io disegno, io canto, o ancora, io mi faccio un blog, io apro un sito e mi basta questo per illudermi di essere qualcuno, di esistere in quanto IO».

Si tratta ovviamente di un problema annoso e ben radicato nell’animo umano, se già Leopardi nel Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani si interrogava, così come anche in altre sue opere, sulla solitudine dell’intellettuale, soprattutto quando si decide a esprimere le proprie idee assecondando solo l’amore per la verità e non quello per le conventicole. In un recente pezzo su “Il Foglio”, Alfonso Berardinelli ha sottolineato la modernità del Discorso di Leopardi e la sua importanza in relazione alle figure degli intellettuali oggi, «i quali fanno società felicemente e mondanamente tra loro a forza di sorrisi complici e di omertà (io non ti critico affinché tu non critichi me), l’intellettuale non può essere altro che una piccola star mediatica, o un esperto settoriale, o una nullità sociale». La nuova edizione del Discorso pubblicata recentemente da Nino Aragno (accompagnato dai Detti memorabili di Filippo Ottonieri, altro testo dove riconoscere ancora il Leopardi pensatore radicale, il quale, come il suo Filippo Ottonieri, «parve prendere poco piacere di molte cose che sogliono essere amate e cercate assai dalla maggior parte degli uomini») è arricchita da un bel saggio di Giulio Bollati sul rapporto tra intellettuali, politica e potere dove il critico descrive un cambiamento in atto (tra gli anni Settanta e Ottanta) nella natura della cultura, per cui gli spazi iniziano a diminuire e lo statuto inizia a sfumare in qualcosa di molto simile a quello che Fofi descrive nel suo libro: «Ricordo – scrive Bollati in questo saggio – il discorso scherzoso ma non tanto (come poi si è visto) che mi fece un alto dirigente comunista dopo il successo elettorale del 1976, sostenuto, tra l’altro, da una massiccia adesione di uomini di cultura e delle professioni: “E adesso come faremo a intrattenere tutti questi intellettuali? Bisognerà organizzare un bel numero di convegni”».

Nel suo libro, e come in tutta la sua lunga esperienza culturale, Fofi riesce però a non scivolare mai in un nichilismo senza via di uscita («è compito di tutti, e in particolare di chi si dice intellettuale, cercare forme di resistenza e modi per contrastare la china e l’abulia, l’amoralità e la violenza che dipendono anche dalla nostra assenza») e a proporre con spirito battagliero degli strumenti e delle idee di resistenza, in un capitolo finale, dal titolo tolstojano Che fare?, che contribuisce a lasciare nel lettore un’ulteriore e importante mole di riflessioni. Innanzitutto è auspicabile «non lasciarsi fregare da questo mare di ricatti, rompere le scatole» e ripartire dalle grandi domande, quelle che Tolstoj diceva fatte dai bambini, come «perché sono al mondo, perché il mondo è, o è diventato, quello che è», domande rispetto alle quali la cultura di oggi, quella contro cui si scaglia Fofi, ha distrutto la necessità, concedendo risposte facili e semplici da accettare. L’altro luogo da preservare, descritto in alcuni passaggi dove il ragionamento di Fofi è molto facilmente condivisibile, è la scuola come luogo di conflittualità positiva, un campo dove la pedagogia deve riacquisire il suo valore e cancellare l’appiattimento su numeri e competenze, dove gli studenti possano provare le difficoltà della crescita, le idiosincrasie della realtà; fuori dal muro di ovatta che sembra ormai appartenerle la scuola deve tornare a rappresentare un’isola felice rispetto all’asservimento culturale imperante.

Adriano Prosperi, nel suo ultimo e appassionante libro, La vocazione, analizza la nascita della Compagnia delle Opere e la figura del gesuita, mettendo in luce la forza di un gruppo capace di far seguire ai propri valori una forte azione pratica e in grado di difendere gli oppressi, anche quelli culturali. Secondo Goffredo Fofi è questo quello di cui necessita il nostro presente: dei nuovi gesuiti, nuovi «esploratori della realtà, attenti tanto alla novità che alla diversità», in grado di leggere con successo il nostro tempo presente, «avanguardie di una nuova umanità e di una nuova convivenza, tra gli uomini e con le creature».

Fine

L’oppio del popolo #2

Qui la prima parte

Già solo raccontando questi piccoli aspetti del romanzo, il riferimento all’oggi appare abbastanza scontato, con recensioni che sempre più assomigliano a omaggi, la sorprendente notizia che non esistono libri che possono essere valutati insufficienti (vedere le recensioni del week-end di Repubblica per fare un esempio immediato), dinamiche editoriali segrete che non sono più tali e la consapevolezza dell’esistenza di un forte fenomeno di appartenenza, che porta a riconoscersi, ed essere riconosciuti, come parte di un gruppo ben definito. Non c’è, in linea di massima, qualcosa di negativo nell’unione in gruppi, anche se esiste la possibilità che questi si trasformino pian piano in ambienti totalmente chiusi e autosufficienti, dove dunque non esiste alcun bisogno di opporsi alle presenti condizioni e, di conseguenza, non c’è necessità di valutare o di fare distinzioni, basta accettare le cose così come sono. È a questo meccanismo che Fofi fa riferimento nel suo libro, dove mostra come questo modo di pensare non sia solo la prassi nel mondo della cultura, ma anche negli ambienti politici e sociali, sottolineando come ci sia stato un assopimento collettivo: la cultura come forma di potere diventa allora un simbolo da sventolare in festival e raduni di intellettuali, svuotata della sua natura più radicale e offerta come fenomeno di emancipazione culturale (tra le pagine di Fofi si possono ravvisare spesso le idee di Dwight MacDonald e del suo fondamentale Masscult e Midcult). Tra i molti riferimenti di L’oppio del popolo, oltre al sociologo Lasch le cui opere rappresentano un importante faro per i nostri giorni, c’è anche August Strindberg: il drammaturgo svedese scrisse, tra l’altro, un aureo articolo, perfetto per ridimensionare maître à penser o presunti tali, Sopravvalutazione del lavoro culturale (pubblicato dalle Edizioni dell’asino). In quell’articolo Strindberg invitava scrittori, drammaturghi, giornalisti e poeti a tornare con i piedi per terra e a riconoscere il vero valore delle cose, a «non sopravvalutare, né se vediamo dei passi avanti né delle cadute, perché in tal modo ci risparmiamo dalle illusioni, il cui infrangersi paralizza la nostra forza» perché «è un brutto periodo quello in cui viviamo, ma è tremendamente utile! Non sopravvalutiamo gli effetti del nostro lavoro, in modo che i nostri figli non diventino disillusi e fiacchi quanto noi».

Continua…