Contagio

Nel 1990 circa il sessantacinque per cento dei bambini vietnamiti al di sotto dei cinque anni – la stragrande maggioranza di quelli che vivevano nei villaggi rurali – soffriva di una qualche forma di malnutrizione. Per affrontare questa piaga Save the Children inviò in Vietnam un suo esperto di nome Jerry Sternin.

Qualche giorno dopo il suo arrivo ad Hanoi, Sternin fu convocato da un alto funzionario del ministero degli Esteri, il quale, senza mezzi termini, gli comunicò che molti, nel governo e nelle alte sfere della burocrazia, non gradivano la sua presenza nel Paese. Il funzionario disse a Sternin che gli venivano concessi solo sei mesi di tempo, alla fine dei quali, in assenza di risultati documentabili, non gli sarebbe stato rinnovato il visto e avrebbe dovuto lasciare il Vietnam.

Sternin aveva studiato le numerose analisi esistenti sul problema. Tutte attribuivano la malnutrizione infantile e le relative malattie a un concorso di fattori: miseria, scarsa igiene, scarsa disponibilità di acqua potabile, ignoranza delle regole minime della nutrizione. Queste analisi, tutte corrette, non gli fornivano però spunti per affrontare il suo compito: in sei mesi non avrebbe potuto risolvere problemi enormi ed endemici come la miseria, l’ignoranza, la penuria di acqua potabile. Aveva bisogno di risultati rapidi e visibili.

Sternin prese dunque a viaggiare per i villaggi, rivolgendo a tutte le madri la stessa domanda: “In questo villaggio ci sono bambini poveri come gli altri che sono però più cresciuti e più sani degli altri?” In ogni villaggio la risposta era sì. In ogni villaggio c’erano bambini ben nutriti a dispetto della miseria e della mancanza di igiene. La malnutrizione, dunque, non era un destino ineluttabile. Bisognava solo capire perché.

Sternin scoprì che i piccoli malnutriti mangiavano con gli adulti due volte al giorno – un ritmo inadatto a bambini in condizioni precarie di salute – e non riuscivano a metabolizzare il cibo. Quelli ben nutriti invece mangiavano lo stesso quantitativo di cibo diviso in quattro pasti, e riuscivano ad assimilarlo. Quando stavano poco bene, le loro mamme li imboccavano, anche se loro non avevano voglia di mangiare; le mamme dei malnutriti lasciavano invece che i piccoli si regolassero da soli. Ciò, in pratica, significava che spesso rimanevano digiuni. Infine le mamme dei bambini sani mettevano nel riso dei loro piccoli alimenti di solito riservati agli adulti: gamberetti e un particolare tipo di patata. Questi alimenti, ampiamente disponibili ma per abitudine trascurati nell’alimentazione infantile, fornivano ai piccoli le proteine indispensabili per la loro crescita e la loro salute.

Le abitudini alimentari delle famiglie dei bambini in buona salute furono diffuse anche alle altre famiglie. Alla scadenza dei sei mesi oltre il cinquanta per cento dei bambini malnutriti interessati dall’intervento era in buona salute. Il visto di Sternin venne prorogato, il metodo venne diffuso in tutto il Paese e salvò dalla malnutrizione più di 50000 bambini.

In questa bellissima storia vera è contenuta un’idea semplice e geniale. Cosa fece in sostanza Sternin? Non potendosi occupare della miseria, della penuria di acqua potabile, della scarsa igiene, ma non volendo arrendersi, rovesciò il modo di affrontare il problema. In una situazione che sembrava senza speranza, scoprì quello che funzionava – le abitudini alimentari virtuose di alcune madri – e replicò il modello. Scoprì gli esempi positivi e li diffuse in una sorta di contagio benefico. Un metodo, questo (concentrarsi su quello che funziona per riprodurlo, piuttosto che su quello che non funziona per cercare, spesso inutilmente, di ripararlo) su cui riflettere.

La noia

«La noia è un caldo panno grigio, rivestito all’interno di una fodera di seta dai più smaglianti colori. In questo panno ci avvolgiamo quando sogniamo. Allora siamo di casa negli arabeschi della fodera. Ma sotto quel panno il dormiente sembra grigio e annoiato. E quando poi al risveglio vuol narrare quel che ha sognato, non comunica in genere che questa noia. E chi mai potrebbe infatti con un gesto rivoltare la fodera del tempo? Eppure ricordare dei sogni non significa altro che questo»

(In W. Benjamin, Charles Baudelaire. Un poeta lirico nell’età del capitalismo avanzato, Neri Pozza, Vicenza 2012, p. 251)

75

«Un giorno d’inverno un tale grande e grosso entrò dalla porta che dava sulla strada. Sembrava arrivasse dall’ambasciata russa, si scosse la neve dalle maniche della giacca, si tolse i guanti, li mise sul bancone e chiese di vedere una chitarra Gibson che stava appesa al muro. Era Dave Van Ronk. Burbero, una massa di capelli irti, l’aria di uno che non si scompone per niente al mondo, un cacciatore sicuro di sé. La mia mente cominciò a correre. Nessun ostacolo si frapponeva fra me e lui. Izzy staccò la chitarra dal muro e gliela diede. Dave toccò un po’ le corde e suonò una specie di valzer jazzato, poi mise la chitarra sul bancone. Proprio nel momento in cui l’appoggiò io mi feci avanti e mettendoci sopra le mani gli chiesi come si faceva a trovare un ingaggio al Gaslight, chi si doveva conoscere. Non stavo cercando di entrare in confidenza con lui, volevo solo sapere.

Van Ronk mi guardò con curiosità, e con l’aria di uno che non fa complimenti mi chiese se mi andava di fare le pulizie. Gli dissi di no, che non mi andava e che se lo poteva scordare, ma potevo suonare qualcosa per lui? “Come no” mi disse». – Da Chronicles Volume 1, di Bob Dylan, traduzione di Alessandro Carrera (Feltrinelli)

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«I tempi sono cambiati: in passato uno poteva essere cosciente che Dostoevskij fosse una persona del tutto spregevole e continuare comunque a leggere avidamente ogni suo scritto. E persino quando, in un momento tra Highway 61 e Blonde on Blonde, si era sparsa la voce che Dylan poteva essersi trasformato in (o poteva essere sempre stato) un orribile bullo che, guarda caso, era anche il cantautore più dotato della sua epoca, la gente fece spallucce perché, dopotutto, era Dylan». – Da Guida ragionevole al frastuono più atroce, di Lester Bangs, traduzione di Anna Mioni (minimum fax)

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«In un certo senso “Sign of the Window” è l’altro lato di “Sweet Betsy from Pike”, il racconto di un uomo che non è riuscito a compiere il suo viaggio. Si riesce a immaginare il cantante, ubriaco in qualche cittadina a est del Mississippi, mentre il suo isolamento si trasforma a poco a poco in alienazione. «Sure gonna be wet tonight on Main Street» (Di certo ci si sbronzerà stasera in Main Street), recita un verso, e la potenza della voce di Dylan e del suo piano lo fa sembrare il miglior verso che abbia mai scritto. Stasera ci si sbronzerà in Main Street, ma, del resto, non c’è altro posto dove andare». – da Bob Dylan, Scritti 1968-2010, di Greil Marcus, traduzione di Barbara Sonego (Odoya)

da Minima & Moralia

 

Non ne posso più delle solite
innumerevoli crocifissioni di petali.
Ho trovato un rossetto sotto un lampione
appassito e la tua vecchia collezione
di schede telefoniche.
Ci fosse almeno una cabina, anche
la tua voce potrebbe fiorire.

Roberto Gerace (da qui)

Non ho figli

di Francesco Pacifico (originale qui)

Una coppia ha bisogno di figli per vivere una vita piena? La risposta è ovvia, ed è____. Prima di provare a capire perché la risposta è ovviamente____, devo fare una precisazione: parlo del bisogno della coppia e non di quello individuale. Lo faccio perché trovo che di solito il tema dell’avere figli divida troppo uomini e donne: l’uomo può aver figli fino a novant’anni, Charlie Chaplin eccetera; la donna l’orologio biologico eccetera. Sono discorsi che conosciamo. Il problema di questi discorsi è che mettono da parte la questione di cos’è un’unione tra due persone, che tipo di alleanza è, e che differenze ci sono tra le coppie che decidono di mettersi in casa altre creature, e le coppie che rimangono “sole”.

Quando due persone associano il proprio destino, esiste una gerarchia di eventi, fatti, attività che rendono la vita più o meno piena? E se esiste questa gerarchia, avere figli è in cima? La risposta, ovviamente, è____, ma comincia a sembrarmi meno ovvia di prima. Se ci penso bene, io stesso sono la prova che quella risposta non è ovvia. Ho sempre pensato di voler avere figli, poi ho incontrato una persona con cui riesco a comunicare e mi è passata la voglia. Mi è passata completamente. La comunione umana con una persona mi ha fatto perdere quel desiderio, che prima era enorme e investiva relazioni in cui non mi sentivo capito né amato. Ma allora chi ero quando volevo avere figli? E che vita avrei fatto se nelle mie relazioni precedenti la donna fosse rimasta incinta e avessimo deciso di non interrompere la gravidanza? È come se la mia vita fosse fatta di due persone: una sicura di voler avere figli, una sicura di non volerne.

Probabilmente non sono l’unica persona al mondo ad avere questo doppio vissuto. Ed è a partire da questa angolazione che mi pongo la solita domanda: come mai a un certo punto, fra i trenta e i quarant’anni, alle coppie si comincia a chiedere insistentemente perché non si stiano riproducendo?

C’è una persona il cui negozio io e mia moglie frequentiamo. Ogni volta che ci vede fa: «Quanno me lo regalate sto nipotino?». Non ci ha mai chiesto come ci chiamiamo (pur essendo sempre adorabile) ma si sente di chiederci se intendiamo riprodurci. In più, questa persona ha tutta l’aria di essere omosessuale (abbigliamento, capelli, compagnie) e dovrebbe sapere che la pressione sociale è una brutta bestia: quando vi mettete in regola? Io le dico: «Per ora stiamo bene così».

Cosa intendo per “stiamo bene così”? C’è qualcosa nell’andamento delle nostre vite che mi fa sentire la beatitudine. La mattina ci svegliamo lentamente, e prima e durante la colazione parliamo per un’oretta. A volte meno, ma praticamente ogni mattina. Facciamo dei lavori in cui niente è garantito, quindi la cosa ci mette paura e ne dobbiamo spesso parlare. Siamo a conoscenza ciascuno delle paure dell’altro. Poi ognuno entra nel proprio mondo lavorativo, che è complesso, faticoso, ma cui ci dedichiamo con amore, anche se non fa che mettere in luce i nostri limiti umani. Io ricevo critiche continue, ma ciò lo rende un’esperienza viva.

Dopo il lavoro, ci capita di andare a bere, a volte nello stesso posto, a volte no. Ci piacciono (a volte abbastanza, a volte molto) gli amici l’uno dell’altro. Non ci troviamo male coi suoceri, anche quando vederli prevede lunghe conversazioni fra noi due in cui il figlio di turno esprime del disagio. Andiamo a teatro. Nel fine settimana ci piace mangiare, stare con gli amici, con le famiglie, guardare le partite o costruire cose di legno e curare le piante. Ci piacciono i film e ascoltare la musica, consigliarci libri. Ci piace viaggiare. Non è niente di particolare, ma c’è qualcosa che lega tutti gli elementi e che mi permette di andare a letto sentendo la pienezza. Come quel piacere che dà una pendola quando rintocca, mi capita spesso di sentire il passare del tempo nel mio corpo. Le ore, i giorni, le stagioni. A volte – spesso – mi metto a letto e mi sento nel corpo i rintocchi del tempo. Sento che è passata una giornata.

Questa percezione del tempo è centrale nel modo in cui non sono padre. Le mie scelte sono fatte con l’obiettivo di conservare questo senso del tempo. Non che il tempo debba essere disponibile e abbondante: a volte non lo è (certo è sempre più abbondante di quello di chi ha figli). Il fatto è che voglio sentire che la coperta non è troppo corta e non scopre di qua o di là. Non voglio essere una di quelle persone che starebbe sempre da un’altra parte rispetto a dove si trova.

Credo che la mia sensazione non sia troppo diversa da quella che ha il genitore felice: magari non sa a cchi ddà i resti, come si dice a Roma, ma gli piace come scorre tutto. Ci sono genitori che mi danno quella sensazione. Molti altri non me la danno. Molti genitori sembrano persone che avevano un rapporto pieno col flusso del tempo, si sentivano bene nei propri panni, e facendo figli l’hanno perso.

Io quale dei due tipi sarei? Non conosco molti genitori felici della mia generazione, perché la società è un po’ troppo destrutturata e li lascia soli. Le esperienze migliori sono collegate a due aspetti: senz’altro il denaro, che rende possibile avere tregua dalla cura incessante (lo dico subito non per essere cinico ma per rispetto per chi non ha mezzi e ha figli, o perfino vuole averne ma non può permetterselo); e una vita familiare non nucleare, il più possibile allargata a nonni zii e/o amici, per spartire un po’ quel peso che il genitore non può mai lasciare e che però si può in parte condividere. Per dirne una, io passo un pomeriggio a settimana a casa di mia sorella, che ha tre figli, ritrovandomi perciò a lavorare spesso nel weekend; ma è una cosa bella tra noi, specie tra me e mia sorella: l’ovvietà della mia presenza il giovedì, conquistata nel tempo, porta a entrambi, e agli altri membri della famiglia, una dolcezza e una consuetudine di cui abbiamo tutti bisogno. Insomma, la domanda «quando fate un figlio?» andrebbe sostituita con la domanda più filosofica «una coppia ha bisogno di figli per vivere una vita piena?». Ma alla fine, anche se la risposta all’inizio può sembrare indiscutibilmente____, si dovrà cambiare del tutto la domanda: quale forma di vita è adatta a te e alla persona con cui vivi perché il tempo possa darvi un senso di pienezza?

Io ho impiegato molto molto molto tempo a trovare questo senso di pienezza ed è perciò la cosa cui più tengo al mondo. So di essere una persona molto difettosa: non nel senso che ho difetti, ma nel senso che non ho mai funzionato. La conoscenza di questo limite mi fa provare molta gioia davanti alle cose che nella mia vita funzionano, e la più grande è come scorre il tempo nella mia vita.

La paternità mi riporterebbe indietro? Mi darebbe, come ha fatto con alcuni amici, la sensazione che la vita mi sfugge e non riesco a viverla? Sono disposto a rischiare di scoprire che la risposta è____?

Memoria

Nel celebre racconto Funes, o della memoria, Jorge Luis Borges immagina un ragazzo incapace di formare idee generali: per lui ogni dettaglio viene percepito e ricordato in maniera unica e perfetta. Funes non può uscire dai limiti dell’immediato perché trattiene troppe informazioni, perché la sua memoria è diventata abnorme. Nel mondo reale, un giovane americano di nome Henry Gustav Molaison subì un destino simile a causa di un’operazione fallita, ma per una via diametralmente opposta: dimenticava tutto.

UN MEDICO FANATICO

La storia di Henry è al centro del saggio della ricercatrice che lo seguì per quarant’anni, Suzanne Corkin: e a fine lettura, il titolo Prigioniero del presente (Adelphi) non appare né altisonante né esagerato. Ecco come andò. A quindici anni, Henry cominciò ad avere dei terribili attacchi di epilessia. Fu messo in cura presso il famoso medico William Beecher Scoville, ma i farmaci non sembravano funzionare, mentre le crisi si facevano sempre più frequenti. Scoville propose allora di effettuare un’asportazione cerebrale, e la famiglia di Henry, comprensibilmente disperata, accettò. (In seguito, il medico – un fanatico della psicochirurgia – ammise che l’operazione era «francamente sperimentale»).L’intervento ebbe luogo il 25 agosto 1953: Scoville recise la via maestra tramite cui le informazioni sensoriali arrivavano all’ippocampo. Il giorno dopo, il ventiseienne Henry non riconosceva le infermiere e non ricordava le conversazioni svolte. Il tempo passato in ospedale, quando fu dimesso, era già scomparso dal suo orizzonte. Qualcosa di terribile era accaduto: l’epilessia si era fortemente ridotta, ma Henry l’aveva barattata con l’amnesia.

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