Categoria: Intemperanze

Contagio

Intemperanze 9 ottobre 2016

Nel 1990 circa il sessantacinque per cento dei bambini vietnamiti al di sotto dei cinque anni – la stragrande maggioranza di quelli che vivevano nei villaggi rurali – soffriva di una qualche forma di malnutrizione. Per affrontare questa piaga Save the Children inviò in Vietnam un suo esperto di nome Jerry Sternin.

Qualche giorno dopo il suo arrivo ad Hanoi, Sternin fu convocato da un alto funzionario del ministero degli Esteri, il quale, senza mezzi termini, gli comunicò che molti, nel governo e nelle alte sfere della burocrazia, non gradivano la sua presenza nel Paese. Il funzionario disse a Sternin che gli venivano concessi solo sei mesi di tempo, alla fine dei quali, in assenza di risultati documentabili, non gli sarebbe stato rinnovato il visto e avrebbe dovuto lasciare il Vietnam.

Sternin aveva studiato le numerose analisi esistenti sul problema. Tutte attribuivano la malnutrizione infantile e le relative malattie a un concorso di fattori: miseria, scarsa igiene, scarsa disponibilità di acqua potabile, ignoranza delle regole minime della nutrizione. Queste analisi, tutte corrette, non gli fornivano però spunti per affrontare il suo compito: in sei mesi non avrebbe potuto risolvere problemi enormi ed endemici come la miseria, l’ignoranza, la penuria di acqua potabile. Aveva bisogno di risultati rapidi e visibili.

Sternin prese dunque a viaggiare per i villaggi, rivolgendo a tutte le madri la stessa domanda: “In questo villaggio ci sono bambini poveri come gli altri che sono però più cresciuti e più sani degli altri?” In ogni villaggio la risposta era sì. In ogni villaggio c’erano bambini ben nutriti a dispetto della miseria e della mancanza di igiene. La malnutrizione, dunque, non era un destino ineluttabile. Bisognava solo capire perché.

Sternin scoprì che i piccoli malnutriti mangiavano con gli adulti due volte al giorno – un ritmo inadatto a bambini in condizioni precarie di salute – e non riuscivano a metabolizzare il cibo. Quelli ben nutriti invece mangiavano lo stesso quantitativo di cibo diviso in quattro pasti, e riuscivano ad assimilarlo. Quando stavano poco bene, le loro mamme li imboccavano, anche se loro non avevano voglia di mangiare; le mamme dei malnutriti lasciavano invece che i piccoli si regolassero da soli. Ciò, in pratica, significava che spesso rimanevano digiuni. Infine le mamme dei bambini sani mettevano nel riso dei loro piccoli alimenti di solito riservati agli adulti: gamberetti e un particolare tipo di patata. Questi alimenti, ampiamente disponibili ma per abitudine trascurati nell’alimentazione infantile, fornivano ai piccoli le proteine indispensabili per la loro crescita e la loro salute.

Le abitudini alimentari delle famiglie dei bambini in buona salute furono diffuse anche alle altre famiglie. Alla scadenza dei sei mesi oltre il cinquanta per cento dei bambini malnutriti interessati dall’intervento era in buona salute. Il visto di Sternin venne prorogato, il metodo venne diffuso in tutto il Paese e salvò dalla malnutrizione più di 50000 bambini.

In questa bellissima storia vera è contenuta un’idea semplice e geniale. Cosa fece in sostanza Sternin? Non potendosi occupare della miseria, della penuria di acqua potabile, della scarsa igiene, ma non volendo arrendersi, rovesciò il modo di affrontare il problema. In una situazione che sembrava senza speranza, scoprì quello che funzionava – le abitudini alimentari virtuose di alcune madri – e replicò il modello. Scoprì gli esempi positivi e li diffuse in una sorta di contagio benefico. Un metodo, questo (concentrarsi su quello che funziona per riprodurlo, piuttosto che su quello che non funziona per cercare, spesso inutilmente, di ripararlo) su cui riflettere.

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Non ho figli

Intemperanze 26 aprile 2016

di Francesco Pacifico (originale qui)

Una coppia ha bisogno di figli per vivere una vita piena? La risposta è ovvia, ed è____. Prima di provare a capire perché la risposta è ovviamente____, devo fare una precisazione: parlo del bisogno della coppia e non di quello individuale. Lo faccio perché trovo che di solito il tema dell’avere figli divida troppo uomini e donne: l’uomo può aver figli fino a novant’anni, Charlie Chaplin eccetera; la donna l’orologio biologico eccetera. Sono discorsi che conosciamo. Il problema di questi discorsi è che mettono da parte la questione di cos’è un’unione tra due persone, che tipo di alleanza è, e che differenze ci sono tra le coppie che decidono di mettersi in casa altre creature, e le coppie che rimangono “sole”.

Quando due persone associano il proprio destino, esiste una gerarchia di eventi, fatti, attività che rendono la vita più o meno piena? E se esiste questa gerarchia, avere figli è in cima? La risposta, ovviamente, è____, ma comincia a sembrarmi meno ovvia di prima. Se ci penso bene, io stesso sono la prova che quella risposta non è ovvia. Ho sempre pensato di voler avere figli, poi ho incontrato una persona con cui riesco a comunicare e mi è passata la voglia. Mi è passata completamente. La comunione umana con una persona mi ha fatto perdere quel desiderio, che prima era enorme e investiva relazioni in cui non mi sentivo capito né amato. Ma allora chi ero quando volevo avere figli? E che vita avrei fatto se nelle mie relazioni precedenti la donna fosse rimasta incinta e avessimo deciso di non interrompere la gravidanza? È come se la mia vita fosse fatta di due persone: una sicura di voler avere figli, una sicura di non volerne.

Probabilmente non sono l’unica persona al mondo ad avere questo doppio vissuto. Ed è a partire da questa angolazione che mi pongo la solita domanda: come mai a un certo punto, fra i trenta e i quarant’anni, alle coppie si comincia a chiedere insistentemente perché non si stiano riproducendo?

C’è una persona il cui negozio io e mia moglie frequentiamo. Ogni volta che ci vede fa: «Quanno me lo regalate sto nipotino?». Non ci ha mai chiesto come ci chiamiamo (pur essendo sempre adorabile) ma si sente di chiederci se intendiamo riprodurci. In più, questa persona ha tutta l’aria di essere omosessuale (abbigliamento, capelli, compagnie) e dovrebbe sapere che la pressione sociale è una brutta bestia: quando vi mettete in regola? Io le dico: «Per ora stiamo bene così».

Cosa intendo per “stiamo bene così”? C’è qualcosa nell’andamento delle nostre vite che mi fa sentire la beatitudine. La mattina ci svegliamo lentamente, e prima e durante la colazione parliamo per un’oretta. A volte meno, ma praticamente ogni mattina. Facciamo dei lavori in cui niente è garantito, quindi la cosa ci mette paura e ne dobbiamo spesso parlare. Siamo a conoscenza ciascuno delle paure dell’altro. Poi ognuno entra nel proprio mondo lavorativo, che è complesso, faticoso, ma cui ci dedichiamo con amore, anche se non fa che mettere in luce i nostri limiti umani. Io ricevo critiche continue, ma ciò lo rende un’esperienza viva.

Dopo il lavoro, ci capita di andare a bere, a volte nello stesso posto, a volte no. Ci piacciono (a volte abbastanza, a volte molto) gli amici l’uno dell’altro. Non ci troviamo male coi suoceri, anche quando vederli prevede lunghe conversazioni fra noi due in cui il figlio di turno esprime del disagio. Andiamo a teatro. Nel fine settimana ci piace mangiare, stare con gli amici, con le famiglie, guardare le partite o costruire cose di legno e curare le piante. Ci piacciono i film e ascoltare la musica, consigliarci libri. Ci piace viaggiare. Non è niente di particolare, ma c’è qualcosa che lega tutti gli elementi e che mi permette di andare a letto sentendo la pienezza. Come quel piacere che dà una pendola quando rintocca, mi capita spesso di sentire il passare del tempo nel mio corpo. Le ore, i giorni, le stagioni. A volte – spesso – mi metto a letto e mi sento nel corpo i rintocchi del tempo. Sento che è passata una giornata.

Questa percezione del tempo è centrale nel modo in cui non sono padre. Le mie scelte sono fatte con l’obiettivo di conservare questo senso del tempo. Non che il tempo debba essere disponibile e abbondante: a volte non lo è (certo è sempre più abbondante di quello di chi ha figli). Il fatto è che voglio sentire che la coperta non è troppo corta e non scopre di qua o di là. Non voglio essere una di quelle persone che starebbe sempre da un’altra parte rispetto a dove si trova.

Credo che la mia sensazione non sia troppo diversa da quella che ha il genitore felice: magari non sa a cchi ddà i resti, come si dice a Roma, ma gli piace come scorre tutto. Ci sono genitori che mi danno quella sensazione. Molti altri non me la danno. Molti genitori sembrano persone che avevano un rapporto pieno col flusso del tempo, si sentivano bene nei propri panni, e facendo figli l’hanno perso.

Io quale dei due tipi sarei? Non conosco molti genitori felici della mia generazione, perché la società è un po’ troppo destrutturata e li lascia soli. Le esperienze migliori sono collegate a due aspetti: senz’altro il denaro, che rende possibile avere tregua dalla cura incessante (lo dico subito non per essere cinico ma per rispetto per chi non ha mezzi e ha figli, o perfino vuole averne ma non può permetterselo); e una vita familiare non nucleare, il più possibile allargata a nonni zii e/o amici, per spartire un po’ quel peso che il genitore non può mai lasciare e che però si può in parte condividere. Per dirne una, io passo un pomeriggio a settimana a casa di mia sorella, che ha tre figli, ritrovandomi perciò a lavorare spesso nel weekend; ma è una cosa bella tra noi, specie tra me e mia sorella: l’ovvietà della mia presenza il giovedì, conquistata nel tempo, porta a entrambi, e agli altri membri della famiglia, una dolcezza e una consuetudine di cui abbiamo tutti bisogno. Insomma, la domanda «quando fate un figlio?» andrebbe sostituita con la domanda più filosofica «una coppia ha bisogno di figli per vivere una vita piena?». Ma alla fine, anche se la risposta all’inizio può sembrare indiscutibilmente____, si dovrà cambiare del tutto la domanda: quale forma di vita è adatta a te e alla persona con cui vivi perché il tempo possa darvi un senso di pienezza?

Io ho impiegato molto molto molto tempo a trovare questo senso di pienezza ed è perciò la cosa cui più tengo al mondo. So di essere una persona molto difettosa: non nel senso che ho difetti, ma nel senso che non ho mai funzionato. La conoscenza di questo limite mi fa provare molta gioia davanti alle cose che nella mia vita funzionano, e la più grande è come scorre il tempo nella mia vita.

La paternità mi riporterebbe indietro? Mi darebbe, come ha fatto con alcuni amici, la sensazione che la vita mi sfugge e non riesco a viverla? Sono disposto a rischiare di scoprire che la risposta è____?

Raccolti

Intemperanze 16 marzo 2016

Dire la verità tutta la vita mentre gli altri di deridono per la tua ingenuità è doloroso, ma quando devi mentire per avere quello che vuoi, allora ti senti ripagato con gli interessi. Sei credibile in una maniera che pensavi insospettabile. E ridi ridi ridi fino a scoppiare.

Il bacio mancato

Intemperanze 26 febbraio 2016

Al veleno. E’ nato un gioco stupido con una mia amica di vecchia data (molto vecchia) che consisteva nel fatto di scriversi fiumi di messaggi per vedere dei due ci provava prima. Alla fine lo ha fatto lei, ma io non ci sono stato. Solo che ora si spalanca un abisso che non so come affrontare. Era solo un gioco? E c’era qualcosa di più?

Io quel bacio lo volevo cazzo. Ma non posso rischiare tutto quello che ho. Perché magari non riesco più a controllarne le conseguenze. Magari per lei era solo un gioco del cazzo, come potrò mai scoprirlo?

E per non perderla, dovrei darglielo, ora?

Vado a piangere. Scusate per questo sfogo.

Sull’insulto (misses n. 6)

Intemperanze 24 febbraio 2016

Di una conferenza che dovevo fare a Camogli “la Repubblica” ha pubblicato un estratto (dicendo che non si trattava del testo completo); ma il mondo è pieno di gente che legge le prime righe di un testo e ne fa un’analisi critica senza tener conto del resto. Quando doveva uscire il mio “Pendolo di Foucault”, “l’Espresso” ne aveva pubblicato l’inizio, dove un io narrante esprime il suo turbamento (ai limiti della follia) di fronte al pendolo che dà nome al romanzo. Subito un critico ha scritto sulle mie follie mistico-occultistiche, senza sapere che nel resto del romanzo si sarebbe fatta giustizia di quelle fantasticherie, che lo stesso io narrante poi ripudia.

Nel caso della conferenza di Camogli il titolo era “Lei, tu, la memoria e l’insulto”. Nel brano di “Repubblica” non si arrivava all’insulto, ma (avendo visto la parola nel titolo) c’è chi si è subito irritato perché io avrei considerato il “tu” come un insulto. Sarebbe bastato cercare on line il testo completo, ma per un giornale si deve scrivere in fretta, come Jack Lemmon in “Prima Pagina”.

Che cosa dicevo sull’insulto? Siccome sia l’uso del tu e altri fenomeni di linguaggio mi sembravano dipendere dal fatto che le giovani generazioni hanno una insufficiente memoria del passato, mi chiedevo come avrebbero potuto reagire alla tendenza degli adulti, di usare parolacce che una volta non avrebbero mai pronunciato.

 Qualche anno fa in parlamento, quando Furio Colombo stava denunciando alcuni episodi di razzismo, il deputato leghista Brigandì, come motivata contro-argomentazione, ha urlato “Faccia da culo!”, Bossi parlava di Berluskaz, Grillo ha detto dei suoi avversari «padri puttanieri che chiagnono e fottono», il senatore Nino Strano ha urlato contro il collega Salvatore Cusumano: «Sei una merda, sei un cesso corroso, sei un frocio mafioso, sei una checca squallida», Francesco Storace ha gridato a Mauro Paissan «Quella checca mi ha graffiato con le sue unghie laccate di rosso, io non l’ho toccato. Vi sfido a trovare le mie impronte sul suo culo…», Massimo De Rosa, parlamentare cinquestelle, ha urlato a un gruppo di deputate Pd «Siete qui solo perché brave a fare i pompini». Berlusconi avrebbe definito Angela Merkel «una culona inchiavabile».

Una volta gli adulti evitavano le parolacce, se non all’osteria o in caserma, mentre i giovani le usavano per provocazione, e le scrivevano sulle pareti dei gabinetti della scuola. Oggi le nonne dicono “cazzo” invece di perdirindindina; i giovani potrebbero distinguersi dicendo perdirindindina, ma non sanno più che questa esclamazione esistesse. Che tipo di parolacce può usare oggi un giovane, per sentirsi appunto in polemica coi suoi genitori, quando i suoi genitori e i suoi nonni non gli lasciano più alcuno spazio per una inventiva scurrilità?

Avevo quindi ripreso una vecchia “Bustina”, consigliando ai giovani parole desuete ma efficaci come pistola dell’ostrega, papaciugo, imbolsito, crapapelata, piffero, marocchino, morlacco, badalucco, pischimpirola, tarabuso, balengu, piciu, cacasotto, malmostoso, lavativo, magnasapone, tonto, allocco, magnavongole, zanzibar, bidone, ciocco, bartolomeo, mona, tapiro, belinone, tamarro, burino, lucco, lingera, bernardo, lasagnone, vincenzo, babbiasso, saletabacchi, fregnone, lenza, scricchianespuli, cagone, giocondo, asinone, impiastro, ciarlatano, cecè, salame, testadirapa, farfallone, tanghero, cazzone, magnafregna, pulcinella, zozzone, scassapalle, mangiapaneatradimento, gonzo, bestione, buzzicone, cacacammisa, sfrappolato, puzzone, coatto, gandùla, brighella, pituano, pisquano, carampana, farlocco, flanellone, flippato, fricchettone, gabolista, gaglioffo, bietolone, e tanti altri termini bellissimi che lo spazio mi obbliga a tagliare.

Speriamo bene, per la riscoperta dell’idioma gentile.

Umberto Eco

Non sappiamo dire «ho sbagliato» (misses n. 5)

Intemperanze 22 febbraio 2016

«Sì, ho sbagliato»; «Già, avevi ragione tu». Quante volte avete sentito e pronunciato frasi del genere, nella vostra vita? Spero di non sbagliarmi – appunto – ma credo sia merce decisamente rara. Capita ogni giorno di fare degli errori evidenti: numeri che non tornano, scartoffie compilate male, citazioni false, appuntamenti per cui si era detto e scritto alle otto e invece eccoci alle nove e venti, e così via.

Ma perché è così difficile ammettere di avere avuto torto? Il problema riguarda tutti, ed è trasversale: va dalla discussione con il collega che si impunta anche quando i dati gli danno contro, passando per il litigio parossistico con il parente a cena o con il conoscente su Facebook, fino al giornalista che non può tollerare di dover scrivere una rettifica. Sgombriamo il campo dalla malafede assoluta, per cui i concetti di verità o falsità e di buone o cattive ragioni non contano nulla: conta solo il dar battaglia e trollare fino alla morte. Restiamo così con una fetta di persone normalissime, che ogni tanto fanno errori, ma si dannerebbero l’anima piuttosto che confessarlo. A nessuno piace sbagliare, è ovvio; ma da qui a essere del tutto incapaci di mostrarsi in fallo c’è un abisso psicologico ed etico. Di nuovo: perché? Il tema, sorprendentemente, non è molto indagato. Io vorrei affrontarlo da tre punti di vista diversi ma correlati fra loro: come una questione di potere, come una questione pedagogica e infine — dato che scrivo questo articolo oggi e non trent’anni fa — come una questione tecnologica.

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