Sull’insulto (misses n. 6)

Di una conferenza che dovevo fare a Camogli “la Repubblica” ha pubblicato un estratto (dicendo che non si trattava del testo completo); ma il mondo è pieno di gente che legge le prime righe di un testo e ne fa un’analisi critica senza tener conto del resto. Quando doveva uscire il mio “Pendolo di Foucault”, “l’Espresso” ne aveva pubblicato l’inizio, dove un io narrante esprime il suo turbamento (ai limiti della follia) di fronte al pendolo che dà nome al romanzo. Subito un critico ha scritto sulle mie follie mistico-occultistiche, senza sapere che nel resto del romanzo si sarebbe fatta giustizia di quelle fantasticherie, che lo stesso io narrante poi ripudia.

Nel caso della conferenza di Camogli il titolo era “Lei, tu, la memoria e l’insulto”. Nel brano di “Repubblica” non si arrivava all’insulto, ma (avendo visto la parola nel titolo) c’è chi si è subito irritato perché io avrei considerato il “tu” come un insulto. Sarebbe bastato cercare on line il testo completo, ma per un giornale si deve scrivere in fretta, come Jack Lemmon in “Prima Pagina”.

Che cosa dicevo sull’insulto? Siccome sia l’uso del tu e altri fenomeni di linguaggio mi sembravano dipendere dal fatto che le giovani generazioni hanno una insufficiente memoria del passato, mi chiedevo come avrebbero potuto reagire alla tendenza degli adulti, di usare parolacce che una volta non avrebbero mai pronunciato.

 Qualche anno fa in parlamento, quando Furio Colombo stava denunciando alcuni episodi di razzismo, il deputato leghista Brigandì, come motivata contro-argomentazione, ha urlato “Faccia da culo!”, Bossi parlava di Berluskaz, Grillo ha detto dei suoi avversari «padri puttanieri che chiagnono e fottono», il senatore Nino Strano ha urlato contro il collega Salvatore Cusumano: «Sei una merda, sei un cesso corroso, sei un frocio mafioso, sei una checca squallida», Francesco Storace ha gridato a Mauro Paissan «Quella checca mi ha graffiato con le sue unghie laccate di rosso, io non l’ho toccato. Vi sfido a trovare le mie impronte sul suo culo…», Massimo De Rosa, parlamentare cinquestelle, ha urlato a un gruppo di deputate Pd «Siete qui solo perché brave a fare i pompini». Berlusconi avrebbe definito Angela Merkel «una culona inchiavabile».

Una volta gli adulti evitavano le parolacce, se non all’osteria o in caserma, mentre i giovani le usavano per provocazione, e le scrivevano sulle pareti dei gabinetti della scuola. Oggi le nonne dicono “cazzo” invece di perdirindindina; i giovani potrebbero distinguersi dicendo perdirindindina, ma non sanno più che questa esclamazione esistesse. Che tipo di parolacce può usare oggi un giovane, per sentirsi appunto in polemica coi suoi genitori, quando i suoi genitori e i suoi nonni non gli lasciano più alcuno spazio per una inventiva scurrilità?

Avevo quindi ripreso una vecchia “Bustina”, consigliando ai giovani parole desuete ma efficaci come pistola dell’ostrega, papaciugo, imbolsito, crapapelata, piffero, marocchino, morlacco, badalucco, pischimpirola, tarabuso, balengu, piciu, cacasotto, malmostoso, lavativo, magnasapone, tonto, allocco, magnavongole, zanzibar, bidone, ciocco, bartolomeo, mona, tapiro, belinone, tamarro, burino, lucco, lingera, bernardo, lasagnone, vincenzo, babbiasso, saletabacchi, fregnone, lenza, scricchianespuli, cagone, giocondo, asinone, impiastro, ciarlatano, cecè, salame, testadirapa, farfallone, tanghero, cazzone, magnafregna, pulcinella, zozzone, scassapalle, mangiapaneatradimento, gonzo, bestione, buzzicone, cacacammisa, sfrappolato, puzzone, coatto, gandùla, brighella, pituano, pisquano, carampana, farlocco, flanellone, flippato, fricchettone, gabolista, gaglioffo, bietolone, e tanti altri termini bellissimi che lo spazio mi obbliga a tagliare.

Speriamo bene, per la riscoperta dell’idioma gentile.

Umberto Eco

Non sappiamo dire «ho sbagliato» (misses n. 5)

«Sì, ho sbagliato»; «Già, avevi ragione tu». Quante volte avete sentito e pronunciato frasi del genere, nella vostra vita? Spero di non sbagliarmi – appunto – ma credo sia merce decisamente rara. Capita ogni giorno di fare degli errori evidenti: numeri che non tornano, scartoffie compilate male, citazioni false, appuntamenti per cui si era detto e scritto alle otto e invece eccoci alle nove e venti, e così via.

Ma perché è così difficile ammettere di avere avuto torto? Il problema riguarda tutti, ed è trasversale: va dalla discussione con il collega che si impunta anche quando i dati gli danno contro, passando per il litigio parossistico con il parente a cena o con il conoscente su Facebook, fino al giornalista che non può tollerare di dover scrivere una rettifica. Sgombriamo il campo dalla malafede assoluta, per cui i concetti di verità o falsità e di buone o cattive ragioni non contano nulla: conta solo il dar battaglia e trollare fino alla morte. Restiamo così con una fetta di persone normalissime, che ogni tanto fanno errori, ma si dannerebbero l’anima piuttosto che confessarlo. A nessuno piace sbagliare, è ovvio; ma da qui a essere del tutto incapaci di mostrarsi in fallo c’è un abisso psicologico ed etico. Di nuovo: perché? Il tema, sorprendentemente, non è molto indagato. Io vorrei affrontarlo da tre punti di vista diversi ma correlati fra loro: come una questione di potere, come una questione pedagogica e infine — dato che scrivo questo articolo oggi e non trent’anni fa — come una questione tecnologica.

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Il problema della semplificazione (misses n. 4)

di Giorgio Fontana

Qualche giorno fa, Gabriele Dadati mi ha fatto notare una cosa. Stavamo discutendo del diventare grandi, della difficoltà di gestire la muta, l’allungarsi delle ossa. Lui ha attirato la mia attenzione su questo punto: il mondo dell’istruzione italiana è fondato su una meritocrazia quasi assoluta. In altri termini, per l’intero periodo formante della nostra vita (infanzia, adolescenza, prima giovinezza) veniamo istruiti secondo questa implicazione materiale: SE RIESCI BENE IN CIÒ CHE FAI, ALLORA VERRAI PREMIATO. Ora, tralasciando alcuni casi isolati, nel mondo scolastico italiano questa implicazione regge. È difficile che un allievo particolarmente in gamba venga ignorato o bistrattato. Ci possono essere delle incomprensioni, senz’altro: dei litigi, delle miopie da parte di qualche professore. Ma in generale, le buone qualità sono riconosciute. Quindi (anche per un principio banalmente induttivo) i ragazzi credono in questa implicazione enel sistema che la produce. Se sono bravo, verrò premiato. Se sono un fesso, non farò molta strada. Da questa implicazione discende un piccolo corollario, che vi prego di tenere bene a mente: IL SISTEMA TI SPINGE A FARE BENE (A ESSERE MIGLIORE).

Non prendetelo in senso etico, ma pragmatico. Più sono bravo, più acquisisco premi e certezze: quindi, è meglio essere ancora più bravo. È meglio fare bene i compiti che mi vengono assegnati, e brillare. Implicazione e corollario valgono fino alla fine dell’università. Dopo, di colpo, si scopre che il mondo del lavoro è diverso dal sistema cui siamo stati abituati. Non è più sufficiente riuscire bene nel proprio campo. Improvvisamente entrano in gioco dei fattori esterni, che non hanno alcuna relazione col merito: la fortuna, la tempistica, la concorrenza, le conoscenze, e così via. Premessa: questo è lo scotto da pagare quando si esce da un percorso delineato come quello degli studi. Non ci sono più tappe precise. Sei libero e solo. Ed è uno scotto onesto, perché implica la necessità di maturare. Non c’è niente di sbagliato nel prendere delle batoste, se queste hanno un senso preciso e sono riconducibili a un sistema razionale. (Dal dolore si impara, ma si deve poter combattere il dolore: altrimenti è tutto vano).

Qui è necessaria un’altra cautela. Non voglio affermare che in Italia, oggi, il mondo del lavoro sia del tutto privo di meritocrazia. Sarebbe assurdo e ingiusto. Sto dicendo che rispetto ad altri paesi, l’aspetto meritocratico è più sfumato. E soprattutto, lo scarto fra quello che ci viene insegnato e quello che ci aspetta dopo è semplicemente troppo vasto. Vengono create delle aspettative che poi saranno inevitabilmente frustrate: e in una quantità intollerabile. Non si tratta soltanto di mettere in gioco le proprie qualità, imparando anche a “cavarsela” nel mondo reale. Condannare questo aspetto, offrirebbe il fianco a tutte le banalità che si sentono in risposta al problema: Sapete soltanto lamentarvi. La retorica senile di chi non comprende il punto. Io non mi lamento: io parlo di un corto circuito educativo. Da bravi tacchini induttivisti, siamo cresciuti pensando che il giorno successivo avremmo ricevuto del cibo alla medesima ora. Ma poi arriva Natale, e ci viene tirato il collo. Con questo veniamo al punto che mi interessa di più. La giustificazione del mio strano titolo: il problema della semplificazione.

A due anni e mezzo dalla fine degli studi, ho la costante impressione che il mondo mi chieda di essere sempre più semplice. Più banale, meno brillante o intelligente di quello che potrei essere. Questo non ha niente a che vedere con il precariato strettamente inteso: non c’entra nulla con i contratti capestri o il sovralavoro o gli stipendi da fame. È un problema a raggio più ampio. I posti di lavori cui mediamente posso accedere richiedono uno sforzo mentale relativamente basso, e producono un grado di frustrazione altissimo. L’esempio sovrano è il call center, meta tipica di molti laureati italiani. Improvvisamente, mi rendo conto che ciò che ho imparato, a volte, è addirittura dannoso. (Un consiglio che mi è stato dato è quello di togliere alcune righe dal mio curriculum, per evitare il pericolo della sovraqualificazione. Quando cerchi di fare il commesso in libreria — perché il resto sembra precluso — una serie di pubblicazioni o un’esperienza come redattore sono uno svantaggio. Si arriva al paradosso di non poter accedere né ai lavori qualificanti, né a quelli più semplici). Così, mentre le sfere della specializzazione sono aperte solo a pochissimi, secondo criteri parzialmente oscuri, il resto è un mare piatto di omologazione intellettuale. Se questo si riducesse a un problema mio o di un cerchio ristretto di persone, sarebbe anche inutile parlarne. Invece è l’esemplificazione di quanto dicevo. L’antico corollario — il sistema ti spinge a essere migliore — crolla a terra con un frastuono di piatti rotti, e i suoi frammenti portano i nomi di cinismo, disincanto, rifiuto. Il sistema ci spinge al contrario esatto. La semplificazione impera e noi ne siamo schiavi.

Ora, io vorrei che questo scritto sia figlio dell’incomprensione, non della rabbia. Sono stanco di provare rabbia, ne provo troppa per i miei ventisei anni. Sono stanco di sbandierare disillusione e registrare, ogni giorno, il dato di fatto. Sono stanco anche di scriverne, perché scrivere troppo rischia di smussare gli angoli. Quando un problema cessa di essere problema? Quando diventa un luogo comune. Le parole che lo descrivono cadono nell’abisso dell’arbitrario e del banale: così ormai per precariato, contratto a termine, call center, e tutto il vocabolario che descrive la nostra vita. La mia vita. Così, tutto quello che chiedo è: sono stato davvero educato nel modo sbagliato? È un fallimento globale, quello che devo ammettere, di cui sono solo parzialmente colpevole — oppure c’è dell’altro? Voglio saperlo. Credo sia un mio diritto saperlo. Venire a conoscenza dei motivi che stanno sotto questo processo di semplificazione. Capire, finalmente, perché per diciotto anni mi è stato chiesto di essere migliore, e ora mi viene chiesto l’esatto contrario. E vorrei tanto che ci fosse una ragione puramente matematica al di sotto di tutto questo. Essere ridotto a una conseguenza di un errore di calcolo gigantesco, enorme, di proporzioni politiche: sarebbe quasi consolante. Invece, perché sento che non è così? Perché ho l’impressione che il problema si annidi più in basso, fra le maglie dei singoli, in una forma mentis che germina sull’avidità?