La Cosa di Wallace

A pagina 830 e seguenti del fantasmagorico Infinite Jest, David Foster Wallace ci introduce a due distinte tipologie di depressione, la melanconia semplice, o anedonia, e la depressione clinica, o disforia unipolare, che nel romanzo chiama “La Cosa”. Per illustrare quest’ultima, usa parole terrificanti: «“La Cosa” è un livello di dolore psichico incompatibile con la vita come la conosciamo. “La Cosa” è un senso di male radicale e completo, […] un senso di avvelenamento che pervade l’io ai livelli più elementari. “La Cosa” è una nausea delle cellule e dell’anima».

L’anedonia (alfa privativo + hēdonē, piacere, termine coniato da uno psicologo francese nel 1897), ci viene invece presentata dall’acutissimo scrittore suicida come una forma di depressione leggera simile a un inaridimento emotivo. Secondo Foster Wallace, l’anedonia: «È una specie di torpore spirituale per cui si perde la capacità di provare piacere o interesse per cose che un tempo si ritenevano importanti […]. Termini che la persona non depressa usa nel loro pieno senso – felicitàjoie de vivrepreferenzaamore – sono scarnificati all’osso e ridotti a idee astratte. Hanno una denotazione ma non una connotazione. L’anedonica è ancora in grado di parlare di felicità e di significato, ma è diventata incapace di sentire qualcosa dentro, o di comprenderli davvero, o di avere speranze su di loro, o di credere che esistano se non come concetto. Tutto diventa un contorno. Gli oggetti diventano schemi».

In verità, anche se i pareri sono discordi, la letteratura specialistica non considera l’anedonia come un vero e proprio disturbo depressivo, patologico in sé, ma come un sintomo complesso, riscontrabile non solo nella depressione clinica, alla quale tuttavia è strettamente associato, ma anche, ad esempio, nella schizofrenia.

Del resto, studi condotti recentemente dimostrano che la condizione psichica anedonica, caratterizzata dalla perdita di reattività agli stimoli piacevoli e dunque dall’incapacità di trarre piacere dalle esperienze, nelle sue manifestazioni lievi o parziali, sembra essere presente in una parte non trascurabile della cosiddetta popolazione sana.

Il ritrarsi dei pensieri di gratificazione al di qua di un muro invisibile e la conseguente “astrazione radicale da tutto”, non sono effetto, dunque, di una infermità psichica vistosa e chiaramente riconoscibile, ma di un evento silente, che, minando le fondamenta emotive della personalità, la proietta in una diffusa privazione di valore. Foster Wallace fa l’esempio, fra gli altri, della madre premurosa che all’improvviso, come se in lei si fosse risvegliato il Nulla, diviene indifferente nei confronti della propria famiglia e si trova a pensare al marito e ai figli “con la stessa emozione che le potrebbe dare il teorema di Euclide”.

La letteratura tardo ottocentesca e novecentesca è piena di casi di anedonia operante, la quale, con altri nomi e commista ad altre forme di empasse psichico-spirituale, come l’apatia o il disadattamento, fa la sua comparsa in diverse opere, celebri e meno celebri. Qui, tuttavia, è forse più calzante la menzione di un dialogo presente in un film, Scene da un matrimonio, del regista svedese Ingmar Bergman, uno degli indagatori delle profondità dell’anima più implacabili che la modernità abbia conosciuto. In questo dialogo, una donna attempata comunica in modo freddo e impartecipe a una splendida Liv Ullmann in veste di consulente legale matrimonialista, di voler divorziare, dopo vent’anni, dal marito, poiché il loro matrimonio è, ed è sempre stato, “senza amore”. Quando l’avvocatessa le chiede quale sia stato il rapporto con i figli, ormai grandi e indipendenti, la donna le risponde: «Non li ho mai amati, ora lo so. Una volta credevo di amarli, così si crede. Ho capito solo adesso di non averli mai amati. Ma penso di essere stata ugualmente per loro una buona madre. Ad ogni modo ho fatto del mio meglio, anche se non provavo per loro assolutamente nulla […]. In realtà ci ho provato, mi sono illusa di amare: era come sperare di aprire una porta che rimaneva sbarrata […]. È terribile. Mi stanno capitando le cose più strane. I miei sensi, intendo il senso dell’udito, della vista, del tatto, cominciano a tradirmi, sì. Per esempio, lo so che questo tavolo è un tavolo, lo posso vedere e toccare, ma è una sensazione limitata, stanca… capisce quello che voglio dire? Lo stesso vale per tutto il resto: la musica, gli odori, i volti e le voci della gente… tutto mi appare più povero, più grigio, senza nessun valore». Ecco l’anedonia in atto, che parla per bocca della donna, e quello che essa determina sembra essere uno stato davvero sconcertante e penoso. (Continua…)

 

2 risposte a "La Cosa di Wallace"

  1. “… ma è una sensazione limitata, stanca… capisce quello che voglio dire?” No. Non penso che l’interlocutore capisca: solo chi prova o ha provato può capire almeno parzialmente: non soffriamo tutto nello stesso modo.

    Di questo libro, tempo fa ne ho scaricato un estratto in ebook ma non mi son mai decisa di continuarne nella lettura dell’intero romanzo. Non è il numero di pagine che mi frena, credimi, sono gli aspetti, i ‘fra le righe’ e le verità del contenuto. Giuro ^_^

    Mi piace Wallace: è impegnativo, ipnotico.

    Aspetto la seconda parte ^_^

    "Mi piace"

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