Qui la prima parte e Qui la seconda

Per riuscire a sbloccare questo circolo vizioso è però necessario, oltre che ridimensionare lo sguardo, cercare di procedere a un lavoro di riorganizzazione del proprio Io: anche su questo le parole di Fofi sono abbastanza precise e penetranti, andando ad attaccare il narcisismo (fondamentale resta un altro libro sempre di Lasch che reclama da tempo una doverosa ristampa, La cultura del narcisismo), responsabile nel portare l’io a uno stato di «malattia» che si riversa soprattutto in chi ha delle ambizioni intellettuali, costretto in uno sfrenato individualismo: «io penso, io scrivo, io recito, io filmo, io disegno, io canto, o ancora, io mi faccio un blog, io apro un sito e mi basta questo per illudermi di essere qualcuno, di esistere in quanto IO».

Si tratta ovviamente di un problema annoso e ben radicato nell’animo umano, se già Leopardi nel Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani si interrogava, così come anche in altre sue opere, sulla solitudine dell’intellettuale, soprattutto quando si decide a esprimere le proprie idee assecondando solo l’amore per la verità e non quello per le conventicole. In un recente pezzo su “Il Foglio”, Alfonso Berardinelli ha sottolineato la modernità del Discorso di Leopardi e la sua importanza in relazione alle figure degli intellettuali oggi, «i quali fanno società felicemente e mondanamente tra loro a forza di sorrisi complici e di omertà (io non ti critico affinché tu non critichi me), l’intellettuale non può essere altro che una piccola star mediatica, o un esperto settoriale, o una nullità sociale». La nuova edizione del Discorso pubblicata recentemente da Nino Aragno (accompagnato dai Detti memorabili di Filippo Ottonieri, altro testo dove riconoscere ancora il Leopardi pensatore radicale, il quale, come il suo Filippo Ottonieri, «parve prendere poco piacere di molte cose che sogliono essere amate e cercate assai dalla maggior parte degli uomini») è arricchita da un bel saggio di Giulio Bollati sul rapporto tra intellettuali, politica e potere dove il critico descrive un cambiamento in atto (tra gli anni Settanta e Ottanta) nella natura della cultura, per cui gli spazi iniziano a diminuire e lo statuto inizia a sfumare in qualcosa di molto simile a quello che Fofi descrive nel suo libro: «Ricordo – scrive Bollati in questo saggio – il discorso scherzoso ma non tanto (come poi si è visto) che mi fece un alto dirigente comunista dopo il successo elettorale del 1976, sostenuto, tra l’altro, da una massiccia adesione di uomini di cultura e delle professioni: “E adesso come faremo a intrattenere tutti questi intellettuali? Bisognerà organizzare un bel numero di convegni”».

Nel suo libro, e come in tutta la sua lunga esperienza culturale, Fofi riesce però a non scivolare mai in un nichilismo senza via di uscita («è compito di tutti, e in particolare di chi si dice intellettuale, cercare forme di resistenza e modi per contrastare la china e l’abulia, l’amoralità e la violenza che dipendono anche dalla nostra assenza») e a proporre con spirito battagliero degli strumenti e delle idee di resistenza, in un capitolo finale, dal titolo tolstojano Che fare?, che contribuisce a lasciare nel lettore un’ulteriore e importante mole di riflessioni. Innanzitutto è auspicabile «non lasciarsi fregare da questo mare di ricatti, rompere le scatole» e ripartire dalle grandi domande, quelle che Tolstoj diceva fatte dai bambini, come «perché sono al mondo, perché il mondo è, o è diventato, quello che è», domande rispetto alle quali la cultura di oggi, quella contro cui si scaglia Fofi, ha distrutto la necessità, concedendo risposte facili e semplici da accettare. L’altro luogo da preservare, descritto in alcuni passaggi dove il ragionamento di Fofi è molto facilmente condivisibile, è la scuola come luogo di conflittualità positiva, un campo dove la pedagogia deve riacquisire il suo valore e cancellare l’appiattimento su numeri e competenze, dove gli studenti possano provare le difficoltà della crescita, le idiosincrasie della realtà; fuori dal muro di ovatta che sembra ormai appartenerle la scuola deve tornare a rappresentare un’isola felice rispetto all’asservimento culturale imperante.

Adriano Prosperi, nel suo ultimo e appassionante libro, La vocazione, analizza la nascita della Compagnia delle Opere e la figura del gesuita, mettendo in luce la forza di un gruppo capace di far seguire ai propri valori una forte azione pratica e in grado di difendere gli oppressi, anche quelli culturali. Secondo Goffredo Fofi è questo quello di cui necessita il nostro presente: dei nuovi gesuiti, nuovi «esploratori della realtà, attenti tanto alla novità che alla diversità», in grado di leggere con successo il nostro tempo presente, «avanguardie di una nuova umanità e di una nuova convivenza, tra gli uomini e con le creature».

Fine

Posted by:Moralia in lob

Una risposta a "L’oppio del popolo #3"

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