L’oppio del popolo #2

Qui la prima parte

Già solo raccontando questi piccoli aspetti del romanzo, il riferimento all’oggi appare abbastanza scontato, con recensioni che sempre più assomigliano a omaggi, la sorprendente notizia che non esistono libri che possono essere valutati insufficienti (vedere le recensioni del week-end di Repubblica per fare un esempio immediato), dinamiche editoriali segrete che non sono più tali e la consapevolezza dell’esistenza di un forte fenomeno di appartenenza, che porta a riconoscersi, ed essere riconosciuti, come parte di un gruppo ben definito. Non c’è, in linea di massima, qualcosa di negativo nell’unione in gruppi, anche se esiste la possibilità che questi si trasformino pian piano in ambienti totalmente chiusi e autosufficienti, dove dunque non esiste alcun bisogno di opporsi alle presenti condizioni e, di conseguenza, non c’è necessità di valutare o di fare distinzioni, basta accettare le cose così come sono. È a questo meccanismo che Fofi fa riferimento nel suo libro, dove mostra come questo modo di pensare non sia solo la prassi nel mondo della cultura, ma anche negli ambienti politici e sociali, sottolineando come ci sia stato un assopimento collettivo: la cultura come forma di potere diventa allora un simbolo da sventolare in festival e raduni di intellettuali, svuotata della sua natura più radicale e offerta come fenomeno di emancipazione culturale (tra le pagine di Fofi si possono ravvisare spesso le idee di Dwight MacDonald e del suo fondamentale Masscult e Midcult). Tra i molti riferimenti di L’oppio del popolo, oltre al sociologo Lasch le cui opere rappresentano un importante faro per i nostri giorni, c’è anche August Strindberg: il drammaturgo svedese scrisse, tra l’altro, un aureo articolo, perfetto per ridimensionare maître à penser o presunti tali, Sopravvalutazione del lavoro culturale (pubblicato dalle Edizioni dell’asino). In quell’articolo Strindberg invitava scrittori, drammaturghi, giornalisti e poeti a tornare con i piedi per terra e a riconoscere il vero valore delle cose, a «non sopravvalutare, né se vediamo dei passi avanti né delle cadute, perché in tal modo ci risparmiamo dalle illusioni, il cui infrangersi paralizza la nostra forza» perché «è un brutto periodo quello in cui viviamo, ma è tremendamente utile! Non sopravvalutiamo gli effetti del nostro lavoro, in modo che i nostri figli non diventino disillusi e fiacchi quanto noi».

Continua…

 

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