Non ho figli

di Francesco Pacifico (originale qui)

Una coppia ha bisogno di figli per vivere una vita piena? La risposta è ovvia, ed è____. Prima di provare a capire perché la risposta è ovviamente____, devo fare una precisazione: parlo del bisogno della coppia e non di quello individuale. Lo faccio perché trovo che di solito il tema dell’avere figli divida troppo uomini e donne: l’uomo può aver figli fino a novant’anni, Charlie Chaplin eccetera; la donna l’orologio biologico eccetera. Sono discorsi che conosciamo. Il problema di questi discorsi è che mettono da parte la questione di cos’è un’unione tra due persone, che tipo di alleanza è, e che differenze ci sono tra le coppie che decidono di mettersi in casa altre creature, e le coppie che rimangono “sole”.

Quando due persone associano il proprio destino, esiste una gerarchia di eventi, fatti, attività che rendono la vita più o meno piena? E se esiste questa gerarchia, avere figli è in cima? La risposta, ovviamente, è____, ma comincia a sembrarmi meno ovvia di prima. Se ci penso bene, io stesso sono la prova che quella risposta non è ovvia. Ho sempre pensato di voler avere figli, poi ho incontrato una persona con cui riesco a comunicare e mi è passata la voglia. Mi è passata completamente. La comunione umana con una persona mi ha fatto perdere quel desiderio, che prima era enorme e investiva relazioni in cui non mi sentivo capito né amato. Ma allora chi ero quando volevo avere figli? E che vita avrei fatto se nelle mie relazioni precedenti la donna fosse rimasta incinta e avessimo deciso di non interrompere la gravidanza? È come se la mia vita fosse fatta di due persone: una sicura di voler avere figli, una sicura di non volerne.

Probabilmente non sono l’unica persona al mondo ad avere questo doppio vissuto. Ed è a partire da questa angolazione che mi pongo la solita domanda: come mai a un certo punto, fra i trenta e i quarant’anni, alle coppie si comincia a chiedere insistentemente perché non si stiano riproducendo?

C’è una persona il cui negozio io e mia moglie frequentiamo. Ogni volta che ci vede fa: «Quanno me lo regalate sto nipotino?». Non ci ha mai chiesto come ci chiamiamo (pur essendo sempre adorabile) ma si sente di chiederci se intendiamo riprodurci. In più, questa persona ha tutta l’aria di essere omosessuale (abbigliamento, capelli, compagnie) e dovrebbe sapere che la pressione sociale è una brutta bestia: quando vi mettete in regola? Io le dico: «Per ora stiamo bene così».

Cosa intendo per “stiamo bene così”? C’è qualcosa nell’andamento delle nostre vite che mi fa sentire la beatitudine. La mattina ci svegliamo lentamente, e prima e durante la colazione parliamo per un’oretta. A volte meno, ma praticamente ogni mattina. Facciamo dei lavori in cui niente è garantito, quindi la cosa ci mette paura e ne dobbiamo spesso parlare. Siamo a conoscenza ciascuno delle paure dell’altro. Poi ognuno entra nel proprio mondo lavorativo, che è complesso, faticoso, ma cui ci dedichiamo con amore, anche se non fa che mettere in luce i nostri limiti umani. Io ricevo critiche continue, ma ciò lo rende un’esperienza viva.

Dopo il lavoro, ci capita di andare a bere, a volte nello stesso posto, a volte no. Ci piacciono (a volte abbastanza, a volte molto) gli amici l’uno dell’altro. Non ci troviamo male coi suoceri, anche quando vederli prevede lunghe conversazioni fra noi due in cui il figlio di turno esprime del disagio. Andiamo a teatro. Nel fine settimana ci piace mangiare, stare con gli amici, con le famiglie, guardare le partite o costruire cose di legno e curare le piante. Ci piacciono i film e ascoltare la musica, consigliarci libri. Ci piace viaggiare. Non è niente di particolare, ma c’è qualcosa che lega tutti gli elementi e che mi permette di andare a letto sentendo la pienezza. Come quel piacere che dà una pendola quando rintocca, mi capita spesso di sentire il passare del tempo nel mio corpo. Le ore, i giorni, le stagioni. A volte – spesso – mi metto a letto e mi sento nel corpo i rintocchi del tempo. Sento che è passata una giornata.

Questa percezione del tempo è centrale nel modo in cui non sono padre. Le mie scelte sono fatte con l’obiettivo di conservare questo senso del tempo. Non che il tempo debba essere disponibile e abbondante: a volte non lo è (certo è sempre più abbondante di quello di chi ha figli). Il fatto è che voglio sentire che la coperta non è troppo corta e non scopre di qua o di là. Non voglio essere una di quelle persone che starebbe sempre da un’altra parte rispetto a dove si trova.

Credo che la mia sensazione non sia troppo diversa da quella che ha il genitore felice: magari non sa a cchi ddà i resti, come si dice a Roma, ma gli piace come scorre tutto. Ci sono genitori che mi danno quella sensazione. Molti altri non me la danno. Molti genitori sembrano persone che avevano un rapporto pieno col flusso del tempo, si sentivano bene nei propri panni, e facendo figli l’hanno perso.

Io quale dei due tipi sarei? Non conosco molti genitori felici della mia generazione, perché la società è un po’ troppo destrutturata e li lascia soli. Le esperienze migliori sono collegate a due aspetti: senz’altro il denaro, che rende possibile avere tregua dalla cura incessante (lo dico subito non per essere cinico ma per rispetto per chi non ha mezzi e ha figli, o perfino vuole averne ma non può permetterselo); e una vita familiare non nucleare, il più possibile allargata a nonni zii e/o amici, per spartire un po’ quel peso che il genitore non può mai lasciare e che però si può in parte condividere. Per dirne una, io passo un pomeriggio a settimana a casa di mia sorella, che ha tre figli, ritrovandomi perciò a lavorare spesso nel weekend; ma è una cosa bella tra noi, specie tra me e mia sorella: l’ovvietà della mia presenza il giovedì, conquistata nel tempo, porta a entrambi, e agli altri membri della famiglia, una dolcezza e una consuetudine di cui abbiamo tutti bisogno. Insomma, la domanda «quando fate un figlio?» andrebbe sostituita con la domanda più filosofica «una coppia ha bisogno di figli per vivere una vita piena?». Ma alla fine, anche se la risposta all’inizio può sembrare indiscutibilmente____, si dovrà cambiare del tutto la domanda: quale forma di vita è adatta a te e alla persona con cui vivi perché il tempo possa darvi un senso di pienezza?

Io ho impiegato molto molto molto tempo a trovare questo senso di pienezza ed è perciò la cosa cui più tengo al mondo. So di essere una persona molto difettosa: non nel senso che ho difetti, ma nel senso che non ho mai funzionato. La conoscenza di questo limite mi fa provare molta gioia davanti alle cose che nella mia vita funzionano, e la più grande è come scorre il tempo nella mia vita.

La paternità mi riporterebbe indietro? Mi darebbe, come ha fatto con alcuni amici, la sensazione che la vita mi sfugge e non riesco a viverla? Sono disposto a rischiare di scoprire che la risposta è____?

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Comments 4

  1. Donato Capozzi 27 aprile 2016

    Ogni relazione con una persona diversa ci porta a relazionarci innazitutto con noi stessi in modo differente… Anch’io ho notato questo cambiamento passando da una storia a un’altra e più o meno mi sono posto la stessa domanda, a proposito della paternità ma facendo il percorso inverso: con la mia attuale ragazza ne parlo, con la precedente era un tabù non solo dovuto al non sentirmi completamente a mio agio con lei.
    Personalmente (almeno da quando ho iniziato a pensarci) non ritengo che la paternità possa garantire un senso di pienezza, poiché quella condizione presuppone un diverso approccio ai figli in base alla loro età e ai loro bisogni, il che ci pone sempre davanti a un senso di imperfezione, inadeguatezza o che dir si voglia… In conclusione, io non penso che sarà la paternità in sé per sé a darmi il senso di pienezza assoluto, ma la consapevolezza di aver fatto realmente qualcosa di utile e concreto per me stesso, chi mi sta accanto ed eventualmente mio figlio o mia figlia.

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  2. Paola 27 aprile 2016

    Io e mio marito non abbiamo avuto figli. Non per scelta ma è andata così. Siamo sereni, comunque. Stiamo bene insieme in una maniera analoga alla vostra. Tuttavia credo che un figlio porti nella vita un’energia speciale e unica, che travolge tran tran e abitudini. Non porta consolazioni né certezze. Mi sarebbe piaciuto vivere quest’esperienza, certamente. Ho deciso in alternativa di diventare genitore di me stessa. Mi accudisco. E’ un’attività che mi impegna parecchio.

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  3. eugenetics 27 aprile 2016

    Le risposte sono tre: sì, no, forse, fintanto che si è fecondi.
    Prossimo ai 70 anni, single da sempre, ho detto no al matrimonio, alla convivenza, alle relazioni a scadenza, programmate o non.
    Non tutti possiamo diventare compagni, partner a tempo, mariti, padri.
    La domanda da porsi è la seguente: sono adatto per queste funzioni?
    Molti non se la pongono e combinano un sacco di guai.
    Dopo aver scoperto, finalmente, di essere diventati adulti, quando ciò accade, ci vuole una laurea per sposarsi, un’altra per far figli. Tanti sarebbero i bocciati se dovessero dare gli esami.
    Alla natura non importa chi soffre, semplicemente cancella gli inadatti, a conti fatti, però.
    Io, dopo diversi tentativi, a 34 anni ho concluso che no, non ero adatto a nessuna delle funzioni di cui sopra, nel mio interesse, delle donne possibili e degli eventuali figli, era meglio lasciar perdere.
    Non mi sono pentito.
    Snobbando celebri epigrammisti, concludo con due frasi di Jannacci, nella canzone “Mario”:
    >>Mario, forse l’unica cosa di buono che hai fatto
    è non avere voluto figli
    così non hai fregato il mondo
    tra vent’anni chissà in quanti saremo
    in quanti rideremo<>ognuno la pensa in maniera diversa,
    ognuno ha la sua testa; per lo meno un figlio ti fa compagnia, ma poi
    scappa e vola via, poi, che c’entra la terra e la luna, son sempre gli stessi ad avere fortuna<<

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  4. Silvia 27 aprile 2016

    Non credo che esista una regola valida per tutti, si può vivere bene con i figli oppure senza, sono scelte di vita, che comunque fanno sentire vivi e realizzati. La cosa essenziale è che quando si decide di avere dei figli si sia convinti e si vogliano veramente, altrimenti tutto diventa un sacrificio insostenibile.

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