Non sappiamo dire «ho sbagliato» (misses n. 5)

«Sì, ho sbagliato»; «Già, avevi ragione tu». Quante volte avete sentito e pronunciato frasi del genere, nella vostra vita? Spero di non sbagliarmi – appunto – ma credo sia merce decisamente rara. Capita ogni giorno di fare degli errori evidenti: numeri che non tornano, scartoffie compilate male, citazioni false, appuntamenti per cui si era detto e scritto alle otto e invece eccoci alle nove e venti, e così via.

Ma perché è così difficile ammettere di avere avuto torto? Il problema riguarda tutti, ed è trasversale: va dalla discussione con il collega che si impunta anche quando i dati gli danno contro, passando per il litigio parossistico con il parente a cena o con il conoscente su Facebook, fino al giornalista che non può tollerare di dover scrivere una rettifica. Sgombriamo il campo dalla malafede assoluta, per cui i concetti di verità o falsità e di buone o cattive ragioni non contano nulla: conta solo il dar battaglia e trollare fino alla morte. Restiamo così con una fetta di persone normalissime, che ogni tanto fanno errori, ma si dannerebbero l’anima piuttosto che confessarlo. A nessuno piace sbagliare, è ovvio; ma da qui a essere del tutto incapaci di mostrarsi in fallo c’è un abisso psicologico ed etico. Di nuovo: perché? Il tema, sorprendentemente, non è molto indagato. Io vorrei affrontarlo da tre punti di vista diversi ma correlati fra loro: come una questione di potere, come una questione pedagogica e infine — dato che scrivo questo articolo oggi e non trent’anni fa — come una questione tecnologica.

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Comments 10

  1. eugenetics 23 febbraio 2016

    Riconoscere di aver sbagliato è importante per chi ricerca la verità, in questo caso non è difficile Ammetterlo, anzi, diviene una scoperta.
    E’ un grave handicap non riconoscerlo, viceversa, ci libera spesso da tante polemiche e, non è escluso, che si riceva, alla fine, maggior rispetto.
    “Se sbaglio, corrigetemi”

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  2. Fräulein Schwert 27 febbraio 2016

    ”Credo che il cuore del problema giaccia in una tendenza più radicale: quella di trattare molti rapporti come se fossero implicitamente dei rapporti di potere. Forse dipende anche dalla loro crescente precarietà, nei sentimenti come sul lavoro. Poco importa: l’idea di base è che in ogni relazione ci sia una parte forte e una parte debole, un vincente e un perdente, e farsi cogliere in fallo significa oscillare pericolosamente verso il lato sbagliato. ” Giorgio Fontana – Il Sole 24 Ore – leggi su http://24o.it/a1hKTJ
    ________________________
    Personalmente ho sempre ammesso i miei errori senza troppi problemi, anzi, con un gran senso di liberazione e quindi forse più come atto egoistico, ma davvero sentito, che come atto di umiltà, per quanto quest’ultima sia necessariamente inclusa nell’ammissione… fatto sta’, che la maggior parte delle volte il risultato è stato che la persona che ha ricevuto la mia ammissione d’errore abbia approfittato della situazione ”precaria” per imporre il proprio ”potere”. Morale della storia…l’ammissione di colpe…chi la riceve…se la deve anche ”meritare”, altrimenti…meglio lasciar perdere purtroppo. In altre parole, il mio consiglio è ammettere i propri sbagli solo difronte a persone intelligenti e che meritano umana stima. Buon sabato 🙂

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