Lomomania

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Il caso più eclatante di recupero di tecnologie obsolete è quello della fotografia. E non parliamo solo dell’uso dilagante dei filtri Instagram, capaci di trasformare la foto più banale in un piccolo capolavoro ma, bensì anche di una serie di oggetti e di pratiche che, ancora una volta, mirano a riattivare esperienze perdute.

E’ quanto avviene attraverso la diffusione, da qualche anno, delle Lomo, macchinette fotografiche di plastica a buon mercato, copiate da un modello “very proletariat” sovietico o cinese e convertite in oggetto di culto. Le macchine lomografiche – con nomi anch’essi adeguatamente retrò, come Holga, Diana o Lubitel – sono macchine orgogliosamente e rigorosamente analogiche, con un corpo macchina di bassa qualità, assemblato alla bell’e meglio in modo da non escludere, ma anzi incoraggiare, infiltrazioni di luce esterna e malfunzionamenti nel meccanismo.

Il loro massimo pregio sta, infatti, nella potenziale difettosità e nella conseguente imprevedibilità del risultato, nella presenza (ricercata e augurata) di sovraesposizioni, sfocature, bruciature e lame di luce. Nelle Lomo, insomma, l’effetto vintage si lega a stretto filo con un estetica dell’imperfezione, apprezzabile soprattutto a livello plastico, legato cioè ai colori, alle forme, alle proporzioni.

Lomography

Daniela PanosettiVintage

 

 

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