Il problema della semplificazione (misses n. 4)

di Giorgio Fontana

Qualche giorno fa, Gabriele Dadati mi ha fatto notare una cosa. Stavamo discutendo del diventare grandi, della difficoltà di gestire la muta, l’allungarsi delle ossa. Lui ha attirato la mia attenzione su questo punto: il mondo dell’istruzione italiana è fondato su una meritocrazia quasi assoluta. In altri termini, per l’intero periodo formante della nostra vita (infanzia, adolescenza, prima giovinezza) veniamo istruiti secondo questa implicazione materiale: SE RIESCI BENE IN CIÒ CHE FAI, ALLORA VERRAI PREMIATO. Ora, tralasciando alcuni casi isolati, nel mondo scolastico italiano questa implicazione regge. È difficile che un allievo particolarmente in gamba venga ignorato o bistrattato. Ci possono essere delle incomprensioni, senz’altro: dei litigi, delle miopie da parte di qualche professore. Ma in generale, le buone qualità sono riconosciute. Quindi (anche per un principio banalmente induttivo) i ragazzi credono in questa implicazione enel sistema che la produce. Se sono bravo, verrò premiato. Se sono un fesso, non farò molta strada. Da questa implicazione discende un piccolo corollario, che vi prego di tenere bene a mente: IL SISTEMA TI SPINGE A FARE BENE (A ESSERE MIGLIORE).

Non prendetelo in senso etico, ma pragmatico. Più sono bravo, più acquisisco premi e certezze: quindi, è meglio essere ancora più bravo. È meglio fare bene i compiti che mi vengono assegnati, e brillare. Implicazione e corollario valgono fino alla fine dell’università. Dopo, di colpo, si scopre che il mondo del lavoro è diverso dal sistema cui siamo stati abituati. Non è più sufficiente riuscire bene nel proprio campo. Improvvisamente entrano in gioco dei fattori esterni, che non hanno alcuna relazione col merito: la fortuna, la tempistica, la concorrenza, le conoscenze, e così via. Premessa: questo è lo scotto da pagare quando si esce da un percorso delineato come quello degli studi. Non ci sono più tappe precise. Sei libero e solo. Ed è uno scotto onesto, perché implica la necessità di maturare. Non c’è niente di sbagliato nel prendere delle batoste, se queste hanno un senso preciso e sono riconducibili a un sistema razionale. (Dal dolore si impara, ma si deve poter combattere il dolore: altrimenti è tutto vano).

Qui è necessaria un’altra cautela. Non voglio affermare che in Italia, oggi, il mondo del lavoro sia del tutto privo di meritocrazia. Sarebbe assurdo e ingiusto. Sto dicendo che rispetto ad altri paesi, l’aspetto meritocratico è più sfumato. E soprattutto, lo scarto fra quello che ci viene insegnato e quello che ci aspetta dopo è semplicemente troppo vasto. Vengono create delle aspettative che poi saranno inevitabilmente frustrate: e in una quantità intollerabile. Non si tratta soltanto di mettere in gioco le proprie qualità, imparando anche a “cavarsela” nel mondo reale. Condannare questo aspetto, offrirebbe il fianco a tutte le banalità che si sentono in risposta al problema: Sapete soltanto lamentarvi. La retorica senile di chi non comprende il punto. Io non mi lamento: io parlo di un corto circuito educativo. Da bravi tacchini induttivisti, siamo cresciuti pensando che il giorno successivo avremmo ricevuto del cibo alla medesima ora. Ma poi arriva Natale, e ci viene tirato il collo. Con questo veniamo al punto che mi interessa di più. La giustificazione del mio strano titolo: il problema della semplificazione.

A due anni e mezzo dalla fine degli studi, ho la costante impressione che il mondo mi chieda di essere sempre più semplice. Più banale, meno brillante o intelligente di quello che potrei essere. Questo non ha niente a che vedere con il precariato strettamente inteso: non c’entra nulla con i contratti capestri o il sovralavoro o gli stipendi da fame. È un problema a raggio più ampio. I posti di lavori cui mediamente posso accedere richiedono uno sforzo mentale relativamente basso, e producono un grado di frustrazione altissimo. L’esempio sovrano è il call center, meta tipica di molti laureati italiani. Improvvisamente, mi rendo conto che ciò che ho imparato, a volte, è addirittura dannoso. (Un consiglio che mi è stato dato è quello di togliere alcune righe dal mio curriculum, per evitare il pericolo della sovraqualificazione. Quando cerchi di fare il commesso in libreria — perché il resto sembra precluso — una serie di pubblicazioni o un’esperienza come redattore sono uno svantaggio. Si arriva al paradosso di non poter accedere né ai lavori qualificanti, né a quelli più semplici). Così, mentre le sfere della specializzazione sono aperte solo a pochissimi, secondo criteri parzialmente oscuri, il resto è un mare piatto di omologazione intellettuale. Se questo si riducesse a un problema mio o di un cerchio ristretto di persone, sarebbe anche inutile parlarne. Invece è l’esemplificazione di quanto dicevo. L’antico corollario — il sistema ti spinge a essere migliore — crolla a terra con un frastuono di piatti rotti, e i suoi frammenti portano i nomi di cinismo, disincanto, rifiuto. Il sistema ci spinge al contrario esatto. La semplificazione impera e noi ne siamo schiavi.

Ora, io vorrei che questo scritto sia figlio dell’incomprensione, non della rabbia. Sono stanco di provare rabbia, ne provo troppa per i miei ventisei anni. Sono stanco di sbandierare disillusione e registrare, ogni giorno, il dato di fatto. Sono stanco anche di scriverne, perché scrivere troppo rischia di smussare gli angoli. Quando un problema cessa di essere problema? Quando diventa un luogo comune. Le parole che lo descrivono cadono nell’abisso dell’arbitrario e del banale: così ormai per precariato, contratto a termine, call center, e tutto il vocabolario che descrive la nostra vita. La mia vita. Così, tutto quello che chiedo è: sono stato davvero educato nel modo sbagliato? È un fallimento globale, quello che devo ammettere, di cui sono solo parzialmente colpevole — oppure c’è dell’altro? Voglio saperlo. Credo sia un mio diritto saperlo. Venire a conoscenza dei motivi che stanno sotto questo processo di semplificazione. Capire, finalmente, perché per diciotto anni mi è stato chiesto di essere migliore, e ora mi viene chiesto l’esatto contrario. E vorrei tanto che ci fosse una ragione puramente matematica al di sotto di tutto questo. Essere ridotto a una conseguenza di un errore di calcolo gigantesco, enorme, di proporzioni politiche: sarebbe quasi consolante. Invece, perché sento che non è così? Perché ho l’impressione che il problema si annidi più in basso, fra le maglie dei singoli, in una forma mentis che germina sull’avidità?

 

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Comments 11

      • Antonella Sacco 7 febbraio 2016

        Purtroppo la situazione è peggiorata, sì. E dall’aria che tira c’è da temere che peggiorerà ancora.
        Studiare ha comunque senso, secondo me, anche se non esiste l’equazione “studio tanto e bene = ho un lavoro idoneo e ben retribuito. Non bisogna farsi togliere anche il diritto allo studio, insomma.

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      • eugenetics 7 febbraio 2016

        Vero, ed occorrerebbe una compenetrazione fra scuola e mondo produttivo, in modo che sia questo a redigere i programmi di studio e perfino scegliere i professori adatti. Ciò farebbe risparmiare tempo, denaro, e lo studio di tante materie inutili.
        Bisogna separare lo studio fine a se stesso da quello applicato alla società, al mondo produttivo.
        Chi ha la possibilità di dedicarsi alla ricerca pura, avendone le capacità, i talenti, potrà farlo, ma si tratta di minoranze, scelte fra i più dotati, finanziati dallo stato, dalle imprese, con denaro dedicato a questo scopo. Scuole di grande prestigio destinate ai geni.
        Questo non è stato mai permesso dai politici, perchè hanno voluto educare gli studenti non a svolgere una professione utile al paese, per catechizzarli alle varie ideologie politiche e religiose.
        C’è stata, sin dall’inizio, una pessima selezione degli uomini destinati all’amministrazione dello stato, alla guida del paese; l’hanno avuta vinta mafiosi, sindacati, lobbisti, ideologi di partito, preti, massoni, faccendieri e t.d.m. di varia provenienza ma, ciò che è più grave, è che non si intravede via di uscita, non essendo noi riusciti, pur in questa gravissima crisi economica, neanche a limitare spese e sprechi della P.A., non siamo riusciti ad attuare in modo decente le più elementari riforme, ad eliminare il senato, le province, le regioni, gli enti inutili, le pensioni d’oro, i privilegi, vitalizi, la peggiore corruzione; non siamo riusciti a colpire le caste. Dopo tanti annunci e tante “ammoine” si ha la sensazione di marciare ancora sulla stesa mattonella.

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  2. eugenetics 7 febbraio 2016

    Ottimo articolo, che condivido appieno.
    Il problema però è “piramidale” inverso, praticamente irrisolvibile, se non si crea una selezione spietata, darwiniana, com’era un tempo.
    Ma forse tornerà, perchè, se una migliore scolarizzazione non crea un lavoro adeguato, di responsabilità, soddisfacente, meglio pagato, ecc. allora molti smetteranno di studiare così a lungo, verso un obiettivo che si rivela di fatto inesistente, una fatamorgana, a favore di un’auto-istruzione al di fuori della scuola ufficiale.
    Così come per il lavoro che si inventa, perchè non c’è più nessuno che te lo dà da dipendente.

    Cos’è la “piramide inversa”?
    E’ quella conseguente a tante lauree, troppe, talora dequalificate, per volerle dare a tutti, eccessive per gli impieghi ad esse adeguati, mentre in basso si affollano lavori disponibili che nessuno vuol fare, dati in pasto agli immigrati: in futuro avremo un grosso conto da pagare, quando si sarà dato fondo alle riserve, ai risparmi dei decenni scorsi e i nonni con la pensione saranno morti.
    I lavori nella nostra società si dividono in tanti di basso livello, per i comuni operai, manovali, lavori semplici, faticosi, poco gratificanti, pericolosi, noiosi, ripetitivi, mal pagati, ecc. per questi basta una licenza elementare o anche nessuna.
    Per altri basta la scuola media, commessi, travet, per esempio, e si sale un gradino della piramide.
    Poi ci sono quei lavori per i quali si richiede una preparazione professionale, meccanici, elettricisti, infermieri, chimici, tornitori, operai specializzati, lavori manuali certo, ma fra questi ci sono ora anche per impiegati di basso livello: foto-copiatori, rilegatori, inseritori di dati nei computer, operatori di call center, i cosiddetti “applicati”.
    Per farla breve, seguono i diplomati di scuola media, superiore – con tante specializzazioni – e poi gli universitari.
    Via via che si sale la piramide, nella qualità, servono sempre meno persone, per i lavori che la società mette a disposizione.
    Per i laureati i posti sono pochissimi, per questo si devono adattare a lavori più modesti, sprecando la propria laurea e tante conoscenze acquisite.
    Nella P.A. risolvono il problema, a spese nostre, di cittadini produttivi, dando a tutti la promozione fino a promuovere tutti a funzionari e dirigenti.
    Prima erano ben più di 4 milioni, gli statali (non si è mai voluto far sapere quanti) ma sono ancora troppi e molti di loro decidono di non andare a lavorare, tanto non possono essere licenziati, del resto non saprebbero cosa fare, se non si portassero l’hobby al lavoro. Con l’assenteism, almeno, hanno il vantaggio di fare un doppio lavoro.
    Usando l’informatica intelligentemente, gli statali si potrebbero decimare. Per questo sono così restii ad ogni riforma.
    Come si potrebbe risolvere il problema?
    Ripristinando la piramide: la scuola elementare non si nega a nessuno.
    Quelli dotati di sola licenza elementare devono essere molto numerosi.
    Es. Se il totale dei lavoratori è oggi di 30 milioni, tra precari, disoccupati, part-time, tempo indeterminato, ecc.:
    http://www.italiaora.org/
    Quelli con sola licenza elementare, se non vogliamo creare gente perennemente scontenta, devono almeno essere una ventina di milioni, la base della piramide destinata alle occupazioni più semplici.
    Per accedere alla scuola media bisogna fare esami di ammissione, e tagliamo altri 5 milioni.
    Per la scuola superiore una selezione più dura, solo 3 milioni ammessi, e sono generoso.
    Siamo a 28 milioni; i rimanenti due milioni saranno i laureati.
    Questo permetterebbe, di sbolognare gli immigrati, circa 7,5 milioni, compresi i clandestini stimati in 1,5 milioni, ma sono di più (v. sito citato sopra), raggiungendo la piena occupazione ed allontanando il pericolo di islamizzazione e africanizzazione dell’Europa entro il 2050.
    Se poi c’è un calo di nascite, tanto meglio, possiamo spingere sull’automazione e l’informatizzazione a tappeto della società, pesando assai meno sull’ambiente.
    Significa che ci saranno troppi poco acculturati?
    No, perchè, se uno vuole imparare, non ha che da studiare per proprio conto, in privato, come autodidatta, scegliendo fra ciò che più gli piace.

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  3. eugenetics 7 febbraio 2016

    Attraverso test di ammissione per ciascun livello scolastico.
    Io, ad es. non potei accedere alla scuola media, nel 1959, perchè occorreva superare degli esami di ammissione, essendo la scuola media di allora, ingresso per il liceo e, successivamente, all’università.
    I miei genitori, per evitare gli esami, che richiedevano una certa preparazione supplementare, mi iscrissero allora all’avviamento commerciale (anche industriale, istituito nel 1923 e soppresso con l’istituzione della scuola media unificata, nel 1962, dove non occorrevano più esami per essere ammessi).
    In conseguenza di ciò, terminato l’avviamento commerciale, triennale, non potei frequentare l’istituto tecnico quinquennale, precluso a chi proveniva dall’avviamento. Ripiegai allora con l’iscrizione ad una scuola professionale della durata di 3 anni, finanziata dalla regione, sostanzialmente produceva operai specializzati in vari settori, a scelta dello studente.
    Tentati, come privatista, preso il diploma professionale, di passare al secondo anno dell’istituto tecnico per l’elettronica, ma fui bocciato.
    Decisi allora di iscrivermi al primo anno di questa scuola secondaria, perchè, con l’istituzione della media unificata, avevano tolto il blocco per chi proveniva dalle scuole di avviamento.
    Questo per dire come sia facile, con provvedimenti di legge, sbarrare l’ingrasso a determinate scuole se non si superano certi livelli di esame.
    Se al mondo del lavoro non servono così tanti diplomati e laureati, si deve fare in modo da selezionare solo i più bravi, con dei test che oggi si possono personalizzare per ciascun aspirante, attraverso un computer centrale, in modo da bloccare ogni possibilità di brogli.
    Servono 20 milioni di lavoratori per i livelli di lavoro più elementari? Questi saranno scelti, a seconda delle attitudini, fra quelli che non hanno superato l’esame per accedere alla scuola media.
    Con lo stesso criterio si selezionano quelli per le scuole superiori.
    I test attitudinali, cui si possono aggiungere anche quelli di personalità, ed altri richiesti per ciascuna professione futura, sono la valvola che permette di accedere a quel livello scolastico, secondo le necessità della società.
    Lo stesso si deve fare per la magistratura, per la politica, impedendo che personaggi poco adatti (molti t.d.m. attuali, mandati su dalle sezioni di partito, dalle lobby, dai mafiosi) accedano al parlamento e ad alte cariche pubbliche, perchè, per quelle aziendali private, la selezione c’è anche oggi, quando non intervenga, di nuovo, la mafia o la politica, per far assumere i propri picciotti e galoppini.

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  4. eugenetics 9 febbraio 2016

    Voglio qui riproporre una mia nota di circa 3 anni fa, proprio sul tema disoccupazione:

    Crisi irreversibile
    3 maggio 2013 alle ore 1.09

    C’è una serie di motivi che mi fanno ritenere impossibile uscire da questa crisi senza tornare poveri e, di conseguenza, dover scegliere l’abbandono di questo modello di sviluppo capitalistico, giunto alla fine, per eccesso di crescita.

    Risalendo al dopoguerra l’Italia, e gran parte del mondo, doveva da una parte ricostruire strutture sociali ed industriali distrutte dal conflitto, per i paesi industrializzati; mentre, per i paesi poveri, c’era uno sviluppo da conseguire.
    Si comprendono allora i motivi del boom economico, la crescita continua, durata qualche decennio, assicurata dall’abbondanza di materie prime e di energia, con un mondo ancora tutto da inquinare e i cambiamenti climatici di là da venire (da soli, in Italia, presentano un conto annuale di alcuni miliardi di euro, in crescendo).

    C’era il cosiddetto sviluppo, rappresentato da prodotti, case, servizi, da costruire e vendere, perchè il mercato c’era, la gente ne aveva bisogno.
    Parimenti, la scuola sfornava laureati, operai e tecnici, che il mercato assorbiva immediatamente, grazie alla crescita economica… case, autostrade, supermercati, scuole, ospedali, ecc.
    Ora tutto questo è costruito, talvolta assai male; siamo saturi di beni, che costa sempre di più mantenere in efficienza.
    Il 45% del petrolio planetario è stato consumato. Oltre il 50%, dicono gli economisti, la produzione di energia comincerà a calare ed il prezzo aumenterà vorticosamente, al punto da compromettere ogni possibilità di crescita ulteriore; anzi, già siamo in recessione e ciò significa disoccupazione. Non si scappa.
    Ora è nell’ordine delle cose – nel senso che non è colpa di nessuno – se gran parte delle attività umane è faticosa e ripetitiva.
    La maggior parte delle azioni quotidiane sono semplici, non richiedono particolare cultura o conoscenza, ne segue che una gran quantità di persone ha bisogno soltanto di una modesta istruzione, oppure, se vuole istruirsi può farlo, purchè tenga presente che a tali maggiori conoscenze non corrisponderà un lavoro di adeguata importanza e soddisfazione.
    E’ questo il dilemma che ci troviamo ad affrontare: una gran quantità di lavori elementari, faticosi, a volte ripugnanti, che proprio noi italiani dovremmo fare, raggiungendo in tal modo la piena occupazione.
    Cos’è accaduto invece? Che quei lavori se li sono presi gli immigrati.
    Così i laureati sono delusi di una laurea che nessuno vuole riconoscere o valorizzare. Non si rassegnano, in concorrenza al ribasso con gli immigrati, ad andare a raccogliere pomodori o pulire anziani non autosufficienti, spesso dementi, come risultato dell’allungamento della vita, tutt’altro che conquista, se vissuto soprattutto come invalidità senili di vario tipo.
    Del resto qualsiasi organismo, sulla terra, dopo un iniziale sviluppo, deve fare i conti con l’impossibilità di svilupparsi ulteriormente, sia per carenze ambientali (cibo, risorse limitate) sia perchè l’ambiente è popolato non solo da prede, sempre più rare, ma anche da concorrenti, dei quali si diviene preda.
    I concorrenti dei quali siamo preda sono proprio quelli che un tempo erano i paesi sottosviluppati. Le paghe in quei paesi sono inaccettabili per noi, insieme a condizioni di lavoro malsane o di forte sfruttamento.
    Siamo fuori mercato ed i nostri imprenditori non sono disposti a pagare più i nostri stipendi, quando ci sono così allettanti proposte di sfruttamento nei paesi emergenti.
    A mio avviso, il solo modo per tornare a produrre qualcosa per noi stessi è ripristinare le frontiere, marcia indietro dalla globalizzazione.
    Io ritengo che siamo ad un passo dalla rivoluzione. Se la disoccupazione continuerà a crescere e la gente non saprà più cosa mangiare, non rimarrà che la piazza. Mi stupisce come i nostri politici non riescano ad immaginare un epilogo del tipo “primavera araba”, pogrom nei confronti degli immigrati, proprietari multimiliardari da giustiziare, col possibile avvento di una dittatura.

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  5. eugenetics 9 febbraio 2016

    03/02/2013

    Molte previsioni economiche si rivelano errate perché basate sui dati disponibili al momento del calcolo. Si pensi a quelle del Club di Roma (1970) che, volutamente, hanno previsto la data di esaurimento di ciascuna risorsa “come se tutto rimanesse invariato”.
    Per questo accusarono di “catastrofismo” quel rapporto, ma anche altri che seguirono, a cura del WWI (World Watch Institute), perché troppo pessimisti.
    http://www.ecowiki.it/rapporto-2009-del … itute.html
    D’altra parte, trattandosi di previsioni basate su numerosissime variabili, sarebbe pressoché impossibile prevedere l’influenza di ciascuna su tutte le altre.
    Per fare un esempio: la fonte più utilizzata al momento è il petrolio, seguito dal gas. Un aumento dei prezzi fa diminuire i consumi di queste fonti energetiche ma anche quelli di molti prodotti legati a questa fonte di materie prime (plastica, gomme, farmaceutici, fertilizzanti (e quindi agricoltura), industrie chimiche, ecc.). La riduzione dei consumi allontana l’esaurimento di quella materia. Al tempo stesso tutte le altre variabili (demografia, inquinamento, sviluppo) ne sono influenzate, alterando ogni possibile previsione.
    http://www.aspoitalia.it/documenti/bard … iroma.html
    Ora tutti si agitano nel cercare la causa di questa crisi mondiale e sembra che l’abbiano individuata “guardando il dito” anziché la luna. Vale a dire accusando gli speculatori, o certo modo deteriore di fare finanza, che ha portato molti a spendere ben oltre le loro possibilità, indebitandosi.
    L’improvvisa scoperta di insolvibilità ha fatto scoppiare la bolla speculativa, come già successe nel 2000, quando molte aziende su Internet non basavano la loro economia su beni reali, tangibili, ma su quotazioni borsistiche (denaro virtuale).
    Il denaro virtuale è quello che si perde o si acquista ogni giorno in borsa. Sono cartelli, null’altro, capaci però di influenzare l’umore degli investitori e le loro scelte, queste sì in grado di determinare il crollo di un settore, con le aziende che vi sono coinvolte.
    Dobbiamo chiederci: Perché tanta gente ha acquistato così tanti beni senza avere soldi, ricorrendo al credito?
    Perché le aziende, pur di continuare nel loro sviluppo, hanno permesso di essere pagate con prestiti al consumo (vale anche per i mutui delle case).
    Uno sviluppo gonfiato, dunque, irreale, che non ci sarebbe stato se i consumatori avessero pagato coi soldi che effettivamente avevano in tasca.
    Ma quei soldi non c’erano perché le aziende non aumentavano i salari, mentre il potere di acquisto calava, proprio per effetto degli aumenti del petrolio, che, come sappiamo, investono mille altri prodotti, ad iniziare dai trasporti.
    Era una scommessa sullo sviluppo quei prestiti. Tutti pensavano che lo sviluppo dovesse durare, come negli anni della piccola ripresa, dopo il crack borsistico del 2000.
    Anche i dirigenti di Cirio e Parmalat speravano che i debiti sarebbero stati coperti dai futuri sviluppi di queste aziende.
    Ma non è più come nei decenni passati.
    L’incremento demografico e l’avvento al consumo di paesi prima sottosviluppati ha messo alle corde il pianeta, che ha risposto presentando il conto: inquinamento, mutazioni climatiche con costosissimi cataclismi, desertificazione, rarefazione di risorse essenziali, guerre.
    http://www.ecoblog.it/post/7104/il-petr … -economica
    E’ il caso di dire, anche in questa circostanza, che “nulla sarà come prima”.
    Non usciremo da questa crisi, è bene saperlo sin d’ora.
    Lo so, tutti cercano di combattere questo pessimismo che si nasconde nell’inconscio collettivo, il quale raramente sbaglia.
    Hai voglia ad invocare Obama, come fosse un messia che fa calare la manna dal cielo.
    I media hanno pompato fino all’inverosimile questo personaggio, non sarà colpa sua quando ci deluderà.
    La soluzione sta nel prendere atto che l’era dei consumi è finita. Fa bene Obama a ricordarcelo ed a prendere provvedimenti, con il pragmatismo che lo contraddistingue (fatti e poche chiacchiere, a differenza dei nostri politici).
    Ora si tratta di accettare che sarà per sempre.
    E se invece ci sarà un ripresa?
    Peggio!
    E come il malato di tumore che, avendo ricevuto qualche beneficio da farmaci antitumorali, lenitivi dei sintomi, pensa di essere sulla strada della guarigione.
    Una ripresa mondiale non farebbe che accelerare l’esaurimento delle risorse, facendoci giungere più rapidamente alla bancarotta, con un crack ancora più sonoro e distruttivo..
    Non ci sono scappatoie: viviamo in un sistema chiuso, con risorse finite; non c‘è ottimismo che possa rigenerarle.
    Alcune sono però rinnovabili e su queste punta Obama, ma che sia chiaro: non ci daranno che un decimo di quello che avevamo un tempo.
    A questo punto risparmio e riciclo dei rifiuti diventano essenziali per mantenere un minimo di benessere.

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    • Moralia in lob 10 febbraio 2016

      Ti ringrazio per i contributi. Mettendola in prospettiva, se l’analisi economica e politica mi trova d’accordo, io a questa fantomatica fine del capitalismo non ci credo. Non credo nelle escatologie, quella cristiana con la redenzione, quella socialista con la società senza classi, quella fascista della razza pura. Stiamo creando forza lavoro che non troverà occupazione a meno di non declassarsi come tu dici o ad emigrare come già avviene in dosi importanti, e con la natalità vicina allo zero, il sistema assorbe manovalanza dequalificata altrove. Ma sul lungo periodo non so fare previsioni e diffido di chi ne fa.
      Un saluto

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