Sopravvivere al pop pensiero (misses n. 3)

di Nicla Vassallo

Si moltiplicano i libri che parlano di filosofia a partire da telefilm come “Lost”, “24” e “C.s.i”, o da romanzi, sport ed altri passatempi. Si sta abusando di un genere che di buono produce ben poco.

[…] A fiutare il business sono state per prime le case editrici straniere (quelle italiane non fanno altro che seguire a ruota) con i loro tanti, troppi titoli che estendono la filosofia a qualsiasi prodotto di successo; per esempio, la collana “Popular Culture and Philosophy Series” della Open Court ha già trattato di Signore degli anelli, baseball, Sopranos, Harry Potter, Supereroi, dieta Atkins, Bob Dylan, Harley-Davidson, poker, U2, James Bond, Quentin Tarantino e via dicendo. Sarò anche una cassandra, ma questa filosofia da discount non potrà che riciclarsi, ricalcando e ricopiando sé stessa e non mi stupirò se giungerà a dare il meglio di sé, puntando si titoli come L’etica di Paris Hilton, L’estetica di David Bechkam, La metafisica di Nintendo.

Dubito del fatto che questi volumi abbiano qualche chance di rappresentare reali divertissement, così come del fatto che siano buone opere divulgative. In realtà, risultano spesso incapaci di semplificare il discorso filosofico, e a volte cadono, anzi, in quella che Thomas Hobbes chiamava “la maniera di parlare scolastica: l’intelletto intende, la vista vede, la volontà vuole; e, per una giusta analogia, la passeggiata, o almeno la facoltà di passeggiare, passeggerà”. Per di più, al fine di rendere davvero comprensibile la filosofia al grande pubblico, occorre una solida competenza filosofica, oltre che un certo talento, e “voler pensare è una cosa; aver talento per pensare, un’altra”, preciserebbe Wittgenstein.

Rendere chiare le argomentazioni complesse e le analisi sottili non deve significare appiattire la filosofia su Harry Potter o Paris Hilton. Però perché non consacrare l’uno e l’altra a modelli di vita cui ispirarsi? Già, non manca neanche la filosofia che impartisce qualche suggerimento, più o meno assennato, su come vivere, fingere che ci sia una “fazione” (morale, politica, religiosa) avversa, dà impressione di elargire saggezze. Magari di vera filosofia non si tratta, eppure ha ormai invaso gli scaffali delle nostre librerie, dove troviamo persino una collana in cui a consigliarci sul “saper vivere” sono alcuni cosiddetti consulenti filosofici – figure raccapriccianti per chi crede che la filosofia sia innanzitutto analisi concettuale, esperimenti mentali, ragionamento rigoroso. “Logica ed etica sono sostanzialmente la stessa cosa: un dovere verso se stessi”, diceva Otto Weininger, ma pochi lo vogliono ricordare. […]

Amante sfrenato della tuttologia e conseguentemente della grossolanità, il lettore di pop non farà del resto troppo caso ai dettagli: al fatto, per esempio, che al problema della conoscenza venga dedicata solo qualche misera paginetta. Eppure, se avesse torto Aristotele a sostenere che noi esseri umani aspiriamo per natura alla conoscenza, che senso avrebbe cercare di conoscere il significato della vita, sia che con essa si intenda il significato della nostra particolare vita, o qualsiasi altra vita? Ma il lettore pop è già sotto l’ombrellone di una spiaggia affollata, sta leggendo un libro pop e non deve concentrarsi: chissà se ha colto il significato della domanda.

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Comments 2

  1. nerodavideazzurro 31 gennaio 2016

    A me viene una domanda: è popolare la cultura o la fonte di produzione di essa? Nel senso, si considera di per sé il popolo “semplice” o lo si considera per com’è davvero e non per come si tende a volerlo far essere?
    Perché spesso non mi sembra d’incontrare niente di meno spontaneo che la cosiddetta “cultura di massa”.

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