Autoesilio (misses n. 2)

Quest’anno ho vissuto all’estero per sei mesi. In tutto questo tempo, avrò detto una manciata di parole nella mia lingua madre, divise fra le telefonate ai miei, un rientro fulmineo, e qualche chiacchierata con due conoscenti italiani. Non sono un emigrato. Al momento scrivo in patria. Sono ansioso di andarmene ancora, e probabilmente lo farò: ma non ho il coraggio di partire per sempre. Odio il luogo dove sono nato, e detesto l’Italia come gran parte della mia generazione — nella stessa maniera astratta e rancorosa. Eppure non riesco a staccarmene. Ho vissuto qui e là. Ho raccolto esperienze. È tutto.

Sono un prodotto come un altro della società. Molti giovani hanno scelto come questa forma di auto-esilio temporaneo (uso una parola pomposa per una situazione banale). È un buon compromesso. Si mostra di essere in grado di vivere e lavorare altrove, però alla fine si torna all’ovile — alla lamentela. Sono un prodotto della società. Scrivo e leggo. E come alcuni prodotti nella mia stessa posizione, apprezzo molto la prosa di Marco Mancassola. Il quale evoca così una situazione:

Il suo paese, questa cosa che non è lui, ma da cui lui proviene. Nella cui lingua scrive. Incredibile sentirsi così freddi nei confronti di un paese, e amare così disperatamente la sua lingua. Non fa in tempo a imbarcarsi che già deve discutere, suo malgrado, con un co-viaggiatore maleducato. Ma il viaggiatore non è italiano, e lui può rimandare, col sollievo con cui si rimanda un incontro desiderato e temuto, il momento di ricominciare a parlare italiano.

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Comments 2

  1. lamelasbacata 26 gennaio 2016

    Trovo che l’italiano parlato si è molto impoverito, tutto è più rapido e scarno, meno interessante, una lingua usa e getta, buona solo per comunicare bisogni primari piuttosto che trasmettere.
    Per fortuna la parola scritta, quando è ben scritta, ha ancora una ricchezza di sfumature impareggiabile ed è in grado di parlare alla testa e al cuore.
    A volte la lontananza serve davvero a rivalutare ciò che si è dovuto o voluto abbandonare.

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