New Dada

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Kurt SchwittersDas Undbild – 1919

Il New Dada nasce attorno alla metà degli anni cinquanta. Non è un movimento, ma una definizione a posteriori con cui si indica una ripresa di elementi oggettuali, vissuti, solitamente urbani, carichi di significati affettivi, assai più vicini, per intendersi, al modello dadaista di Kurt Schwitters che a quello distaccato e intellettuale  di Marcel Duschamp: il primo infatti restituisce nuova vita, nuova visibilità e nuova storia agli oggetti assemblandoli tra loro in maniera apparentemente caotica, il secondo analizza il potere della parola e della definizione concettuale di cose e avvenimenti.

Naturalmente, quando si parla di derivazioni culturali e artistiche, entrano in campo innumerevoli componenti, oltre a quelle, macroscopiche, appena citate come ad esempio: in quegli anni c’è anche l’insofferenza  per il “sublime” proposto dagli espressionisti astratti e il contemporaneo emergere dell’orizzonte quotidiano di contro a questa esaltazione del profondo; c’è una sorta di ottimismo nei confronti degli oggetti, che coincide con il rinnovato benessere della società americana; c’è l’attenzione per un vissuto storico e personale fatto di immagini e di gesti normali.

Così gli artisti del New Dada – Robert Rauschenberg, Jasper Johns con Jim Dine e lo scultore John Chamberlain già proiettati verso la pop art, e con il curioso antecedente di Joseph Cornell e forse, sul piano dell’immagine pittorica, di Larry Rivers – escono dal solipsismo dell’autoanalisi, dell’introspezione psicologica, che era una delle colonne motivazionali degli espressionisti astratti, decidono che il loro territorio espressivo è quello del rapporto tra il sé e la realtà quotidiana e vivono in un mondo fatto di oggetti, e questi oggetti li usano, li consumano, perché sono un prolungamento dei propri impulsi, dei propri sensi. A differenza di quanto avverrà di li a poco con la Pop Art, l’oggetto è modificato dall’uso, dal il rapporto che il soggetto – l’uomo, l’artista, ma anche soltanto il tempo – stabilisce con esso, e ogni oggetto, o frammento, entra a far parte di un racconto, di una vita, di un vissuto.

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Robert RauschenbergBlack Market – 1961, Colonia, Ludwig Museum

Robert Rauschenberg, allora, nei suoi combine-paintings trasferisce oggetti, frammenti, fotografie, lasciandoli visibili o ricoprendoli di pittura: ne esce una costruzione, ora bidimensionale, ora tridimensionale, in cui l’artista cerca una sintesi magmatica della propria vita, fatta di azioni, di arte, di quotidianità, di flashback. Mentre in Rauschenberg è ancora viva e operante l’esperienza  dell’Espressionismo astratto, tra queste esperienza e il lavoro di Johns si nota già una frattura. Jasper Johns dipinge per così dire il “luogo comune”: prende a prestito, cioè, stereotipi banali, simboli abusati, e li trasforma in pittura. Sono famose le sue bandiere, i suoi bersagli, le sue carte geografiche, che possiedono la matericità della pittura, che sono pittura, ma che rimangono anche oggetto, grazie alla loro forte carica simbolica. Il passo da compiere verso l’emancipazione dell’oggetto pop. a questo punto, è brevissimo.

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Jasper Johns Target with plaster casts – 1955, New York, Leo Castelli Gallery

 

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