Io non mi immedesimo

Recentemente, durante un incontro pubblico, Domenico Starnone ha pronunciato le parole definitive sul mito dell’empatia letteraria: quelli che, stizziti, definiscono irritante un romanzo, fastidiosa la storia e non immedesimabili i protagonisti confermano più degli altri lettori che quel libro è buono e ha fatto il suo dovere.

Mi sono sentita sollevata perché l’empatia è diventata un’arma così minacciosa che appena la sento brandire sudo freddo, e accade sempre più spesso. Pare sia una delle parole più cercate su Google nell’ultimo decennio, ha fatto fuori categorie ritenute obsolete come la sensibilità, la compassione, l’intelligenza (quest’ultima resiste solo se si aggiunge “emotiva”, sennò viene liquidata come fredda). Oggi per capire devi essere empatico, altrimenti sei distante, e per motivi a me incomprensibili la distanza non è più considerata un discreto requisito per restare lucidi. Almeno in psicologia qualche perplessità si è levata: Paul Bloom, dell’Università di Yale, dice che il mondo ha bisogno di meno empatia per uscire dalla pericolosa e ondivaga via sentimentalista che ostacola la risoluzione razionale dei problemi. Steven Pinker, che insegna a Harvard, definisce il nostro tempo «malato di smania empatica». I dubbi avanzano, ma la letteratura rimane orgogliosamente una zona franca.

Possiamo cominciare a sospettare dell’ingovernabile presunzione legata alla certezza di essersi messi nei panni degli altri (da «so cosa provi» agli sfaceli di «so cosa si può fare per il tuo bene» è un attimo), però guai a toccarne la deriva letteraria. «Se leggi, empatizzi e diventi migliore», ci sentiamo ripetere da molti promotori della lettura. Non ci facciamo una ragione del perché siamo ancora insignificanti e sbagliati, eppure abbiamo letto il doppio dell’anno scorso, forse non scegliamo i libri giusti e fiduciosamente ci affrettiamo a comprare il prossimo, lui sì ci salverà: è facendo leva sul senso di colpa che le campagne in libreria hanno qualche possibilità di funzionare. Certo, devono essere accompagnate da testimonial impeccabili: se ci convinciamo che leggere i classici ci renderà più buoni, più alti e più belli, una foto di Hitler circondato dai suoi amati testi di Shakespeare rischia di distruggere l’alacre lavoro di almeno due ministeri.

Torniamo all’empatia. Il problema è che portarla in società è meno facile di quel che sembra: per compiere il salto da semplice lettore a brava persona devi empatizzare, ma scordati di poterlo fare a tuo piacere. Ci si può definire sfortunati come Oliver Twist o affascinanti come Sandokan, ma provate a mantenere serena la conversazione vantandovi di esservi riconosciuti nell’ufficiale nazista Maximilien Aue, il carnefice di Le benevole. Eppure, è (anche) quella l’esperienza che chiediamo a un libro, lì si trova la giustificazione narrativa di scrittori come Jonathan Littell o Michel Houellebecq: farci scoprire con sconcerto che somigliamo a personaggi infimi con cui mai avremmo voluto mischiarci, autore compreso.  Ma «nulla di umano mi è estraneo» può dirlo un latino lontano nel tempo, non un commensale; ricordatevi di empatizzare nei limiti del buon gusto o rovinerete la cena agli amici con figlie adolescenti a cui state raccontando come Humbert Humbert vi sia stato di grande aiuto per capire i più reconditi aspetti della vostra personalità.

L’empatia è storia vecchia, è nata con la tragedia greca (al Ginnasio ci raccontarono che gli attori erano costretti a portare le maschere perché a fine spettacolo i cattivi rischiavano il linciaggio del pubblico: avremmo dovuto intuire già allora i rischi della smania empatica, scusaci, Pinker), ma la novità portata dal romanzo moderno è che oggi tutta quell’immedesimazione si può indossare con orgoglio.

continua su http://24o.it/fe30ZF

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