Mark Rothko

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Mark RothkoYellow and Gold – 1956, MOMA, New York

Il processo di rinnovamento dell’arte americana, giunto al suo culmine teorico intorno attorno al 1945, da quella data e per circa un lustro, cominciò ad assumere idealmente e formalmente due strade separate. All’inizio simili, sottoscritti nelle intenzioni di tutti, in maniera lenta ma inesorabile, i due grandi filoni della nuova astrazione americana si dividono in due branche, talvolta ancora accumunate sotto la definizione di Espressionismo astratto, talaltra identificate come Action Painting  da un lato, Color Field Painting dall’altro. L’affermazione forte, violenta, gridata, del disagio e contemporaneamente  della coscienza del nuovo, aveva rapidamente conquistato il mondo dell’arte e della cultura, e non solo in America, quasi monopolizzando il concetto stesso di novità e di nuovo. Forse è per questo motivo che gli artisti legati alla Color Field Painting o ad una più generica pittura riflessiva – Mark Rothko, Barnett Newman, Adolph Gottlieb, Ad Reinhardt, Ellsworth Kelly, i quali alla metà degli anni cinquanta hanno già elaborato una propria idea della pittura basata sulla riflessività indotta da grandi campiture di colore, non vengono immediatamente riconosciuti, e si dovrà aspettare il decennio successivo per il loro definitivo successo.

Mark Rothko considera l’opera d’arte, il quadro, come un tramite quasi mistico, che mette in contatto con “l’altro” (si noti la differenza sostanziale con l’Action Painting, tutta concentrata sull’espressione di sé). Per arrivare al suo specialissimo risultato, passa attraverso l’elaborazione formale che, almeno sino al 1950, non lascia presagire allo sviluppo e quella perfezione che a partire da quella data caratterizzerà tutta la sua produzione: all’inizio, nel periodo 1942-1947, l’interesse per il mito si rendeva visibile nelle forme già astratte ma achetipali presenti sulla tela, poi le forme vengono assorbite dalla superficie, perdono anche quella loro minima identificabilità, per arrivare a quelle tipiche campiture di colore che scandiscono orizzontalmente la superficie della tela, sin quasi ai bordi, dove si sfrangiano in confini indefiniti e indefinibili.

La tecnica usata da Rothko si avvale di spugne per stendere il colore, più che dei pennelli, e di una materia cromatica diluita al massimo, quasi impalpabile, in modo da creare un effetto visivo di immaterialità, e sentimentale di mistero e di trascendenza. Per Rothko si è parlato anche della sua origine russa, e del misticismo ortodosso delle icone, vere e proprie finestre su un mondo ultraterreno: di fatto, la sua potrebbe essere una pittura della luce, con tutto ciò che comporta il riferimento  filosofico, religioso e trascendentale alla luce, metafora assoluta di ogni emozione umana.

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Mark RothkoBlue and Gray – 1962, Riehen, Fondazione Beyeler

 

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Comments 10

  1. lois 22 ottobre 2015

    la potenza di Rothko è spiegabile proprio con quel suo misticismo e la sua potenza riflessiva. Le sue opere, come lui stesso diceva, vanno viste ad una distanza di 60 cm per esserne immersi. Ed è proprio quella la sua grandezza. La capacità di aver creato un processo di interazione con lo spettatore che perde ogni controllo dello spazio circostante per esserne assorbito e diventarne egli stesso parte. Lo ai avverte di fronte ad ogni sua opera, ma maggiormente nelle sale a lui dedicate, come quella della Tate modern (dove ci sono le opere che avrebbe dovuto consegnare al Four Season e che invece non rilasciò mai). Immagino però che la potenza massima sia alla Cappella Rothko in Texas… andrei volentieri a vederla!

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