Barney Panofsky

Di me dicevano molte cose, che fossi un vecchio bastardo, depravato e arteriosclerotico, collerico e alcolizzato, un uomo divorato dal rancore e da ogni altro basso sentimento umano, capace perfino di uccidere il mio migliore amico e di indurre al suicidio la mia prima moglie. Per invidia del loro talento artistico. Perché io non ne avevo altro che quello di far soldi con immonde boiate televisive, attori mediocri, sceneggiatori semianalfabeti e registi infami.

In realtà, ero solo un’antenna sbrecciata che riceveva dal passato immagini che non riusciva più a codificare. La mia memoria era un caleidoscopio fuori fuoco, ma nei momenti più propizi i ricordi si facevano dolorosamente nitidi. E allora, per difendermi dalle malelingue e dai pettegolezzi, prima che l’Alzaheimer mi riducesse definitivamente a una scatola vuota, mi misi a scrivere la mia versione dei fatti.

Ma che credito dareste voi a uno che ammette di essere un contabile nato, di non sapere raccontare un episodio senza distorcerlo, di non ricordarsi i nomi dei sette nani o dei fratelli Marx, di provare rimpianto per i tempi in cui c’era ancora la carta carbone, di godere quando vede quelli migliori di lui trascinati nella polvere, di avere amato una sola donna nella sua vita dissipata, di non avere rispetto per nessuno?

Per me Dio è il più grande cabarettista di sempre e Omero aveva almeno undici decimi di vista. Eppure nemmeno le mie brillanti disgressioni da capocomico e tutte le mie bugie riescono a mascherare la verità. La mia è una storia di perdita. Della memoria, innanzitutto, degli affetti, del mio rifugio dal “mondo dei telegrammi e della rabbia”, ma più di ogni altra cosa del mio disperato amore per Miriam.

Ora sono ricoverato al King David di Montreal, e non riconosco nessuno, e non mi ricordo più perché portavo il nome di un personaggio dei fumetti e di quando prendevo lezioni di tip-tap ed ero un appassionato tifoso di hockey e un instancabile beone.

Mordechai Richler – La versione di Barney

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