Ruminations

Note 25 dicembre 2016

Buone feste a tutti…

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Alfabeto 10 dicembre 2016

Immaginate di vivere in una condizione di incertezza radicale, di dubbi fondamentali che sostituiscono le certezze; immaginate che la vostra vita si regga sulla disinformazione, sulla mancanza, come dice la protagonista Emilia:

«Mi sento incompleta, priva del mio inizio, e tutto il bello che è venuto dopo, tutto il bello che ancora oggi io possiedo non ha una terraferma su cui poggiare».

Emilia Rosati– Frammenti ricomposti

# ioete 2

Note 5 novembre 2016

Ora tu pensa: un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono. Tu sai che sono 88, su questo nessuno può fregarti. Non sono infiniti, loro. Tu sei infinito, e dentro quei tasti, infinita è la musica che puoi suonare. Loro sono 88, tu sei infinito. Questo a me piace. Questo lo si può vivere. Ma se tu, ma se io salgo su quella scaletta, e davanti a me si srotola una tastiera di milioni di tasti, milioni e miliardi di tasti, che non finiscono mai, e questa è la verità, che non finiscono mai e quella tastiera è infinita… Se quella tastiera è infinita, allora su quella tastiera non c’è musica che puoi suonare.

Novecento

Ieri sera mi hai detto che mi prendo tutto. Mi sono ricordato questa immagine. La musica, come la vita, suona, c’è chi lo sa fare conoscendo le note e le scale, chi gli spartiti e chi come te va di cuore. Tu sei puro jazz, suoni, incanti e non si spiega. E io che gli 88 tasti li conosco tutti torno analfabeta.

So tell me what I see
when I look in your eyes
Is that you baby
or just a brilliant disguise

Contagio

Intemperanze 9 ottobre 2016

Nel 1990 circa il sessantacinque per cento dei bambini vietnamiti al di sotto dei cinque anni – la stragrande maggioranza di quelli che vivevano nei villaggi rurali – soffriva di una qualche forma di malnutrizione. Per affrontare questa piaga Save the Children inviò in Vietnam un suo esperto di nome Jerry Sternin.

Qualche giorno dopo il suo arrivo ad Hanoi, Sternin fu convocato da un alto funzionario del ministero degli Esteri, il quale, senza mezzi termini, gli comunicò che molti, nel governo e nelle alte sfere della burocrazia, non gradivano la sua presenza nel Paese. Il funzionario disse a Sternin che gli venivano concessi solo sei mesi di tempo, alla fine dei quali, in assenza di risultati documentabili, non gli sarebbe stato rinnovato il visto e avrebbe dovuto lasciare il Vietnam.

Sternin aveva studiato le numerose analisi esistenti sul problema. Tutte attribuivano la malnutrizione infantile e le relative malattie a un concorso di fattori: miseria, scarsa igiene, scarsa disponibilità di acqua potabile, ignoranza delle regole minime della nutrizione. Queste analisi, tutte corrette, non gli fornivano però spunti per affrontare il suo compito: in sei mesi non avrebbe potuto risolvere problemi enormi ed endemici come la miseria, l’ignoranza, la penuria di acqua potabile. Aveva bisogno di risultati rapidi e visibili.

Sternin prese dunque a viaggiare per i villaggi, rivolgendo a tutte le madri la stessa domanda: “In questo villaggio ci sono bambini poveri come gli altri che sono però più cresciuti e più sani degli altri?” In ogni villaggio la risposta era sì. In ogni villaggio c’erano bambini ben nutriti a dispetto della miseria e della mancanza di igiene. La malnutrizione, dunque, non era un destino ineluttabile. Bisognava solo capire perché.

Sternin scoprì che i piccoli malnutriti mangiavano con gli adulti due volte al giorno – un ritmo inadatto a bambini in condizioni precarie di salute – e non riuscivano a metabolizzare il cibo. Quelli ben nutriti invece mangiavano lo stesso quantitativo di cibo diviso in quattro pasti, e riuscivano ad assimilarlo. Quando stavano poco bene, le loro mamme li imboccavano, anche se loro non avevano voglia di mangiare; le mamme dei malnutriti lasciavano invece che i piccoli si regolassero da soli. Ciò, in pratica, significava che spesso rimanevano digiuni. Infine le mamme dei bambini sani mettevano nel riso dei loro piccoli alimenti di solito riservati agli adulti: gamberetti e un particolare tipo di patata. Questi alimenti, ampiamente disponibili ma per abitudine trascurati nell’alimentazione infantile, fornivano ai piccoli le proteine indispensabili per la loro crescita e la loro salute.

Le abitudini alimentari delle famiglie dei bambini in buona salute furono diffuse anche alle altre famiglie. Alla scadenza dei sei mesi oltre il cinquanta per cento dei bambini malnutriti interessati dall’intervento era in buona salute. Il visto di Sternin venne prorogato, il metodo venne diffuso in tutto il Paese e salvò dalla malnutrizione più di 50000 bambini.

In questa bellissima storia vera è contenuta un’idea semplice e geniale. Cosa fece in sostanza Sternin? Non potendosi occupare della miseria, della penuria di acqua potabile, della scarsa igiene, ma non volendo arrendersi, rovesciò il modo di affrontare il problema. In una situazione che sembrava senza speranza, scoprì quello che funzionava – le abitudini alimentari virtuose di alcune madri – e replicò il modello. Scoprì gli esempi positivi e li diffuse in una sorta di contagio benefico. Un metodo, questo (concentrarsi su quello che funziona per riprodurlo, piuttosto che su quello che non funziona per cercare, spesso inutilmente, di ripararlo) su cui riflettere.

La noia

Alfabeto 16 agosto 2016

«La noia è un caldo panno grigio, rivestito all’interno di una fodera di seta dai più smaglianti colori. In questo panno ci avvolgiamo quando sogniamo. Allora siamo di casa negli arabeschi della fodera. Ma sotto quel panno il dormiente sembra grigio e annoiato. E quando poi al risveglio vuol narrare quel che ha sognato, non comunica in genere che questa noia. E chi mai potrebbe infatti con un gesto rivoltare la fodera del tempo? Eppure ricordare dei sogni non significa altro che questo»

(In W. Benjamin, Charles Baudelaire. Un poeta lirico nell’età del capitalismo avanzato, Neri Pozza, Vicenza 2012, p. 251)

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Alfabeto 26 maggio 2016

«Un giorno d’inverno un tale grande e grosso entrò dalla porta che dava sulla strada. Sembrava arrivasse dall’ambasciata russa, si scosse la neve dalle maniche della giacca, si tolse i guanti, li mise sul bancone e chiese di vedere una chitarra Gibson che stava appesa al muro. Era Dave Van Ronk. Burbero, una massa di capelli irti, l’aria di uno che non si scompone per niente al mondo, un cacciatore sicuro di sé. La mia mente cominciò a correre. Nessun ostacolo si frapponeva fra me e lui. Izzy staccò la chitarra dal muro e gliela diede. Dave toccò un po’ le corde e suonò una specie di valzer jazzato, poi mise la chitarra sul bancone. Proprio nel momento in cui l’appoggiò io mi feci avanti e mettendoci sopra le mani gli chiesi come si faceva a trovare un ingaggio al Gaslight, chi si doveva conoscere. Non stavo cercando di entrare in confidenza con lui, volevo solo sapere.

Van Ronk mi guardò con curiosità, e con l’aria di uno che non fa complimenti mi chiese se mi andava di fare le pulizie. Gli dissi di no, che non mi andava e che se lo poteva scordare, ma potevo suonare qualcosa per lui? “Come no” mi disse». – Da Chronicles Volume 1, di Bob Dylan, traduzione di Alessandro Carrera (Feltrinelli)

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«I tempi sono cambiati: in passato uno poteva essere cosciente che Dostoevskij fosse una persona del tutto spregevole e continuare comunque a leggere avidamente ogni suo scritto. E persino quando, in un momento tra Highway 61 e Blonde on Blonde, si era sparsa la voce che Dylan poteva essersi trasformato in (o poteva essere sempre stato) un orribile bullo che, guarda caso, era anche il cantautore più dotato della sua epoca, la gente fece spallucce perché, dopotutto, era Dylan». – Da Guida ragionevole al frastuono più atroce, di Lester Bangs, traduzione di Anna Mioni (minimum fax)

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«In un certo senso “Sign of the Window” è l’altro lato di “Sweet Betsy from Pike”, il racconto di un uomo che non è riuscito a compiere il suo viaggio. Si riesce a immaginare il cantante, ubriaco in qualche cittadina a est del Mississippi, mentre il suo isolamento si trasforma a poco a poco in alienazione. «Sure gonna be wet tonight on Main Street» (Di certo ci si sbronzerà stasera in Main Street), recita un verso, e la potenza della voce di Dylan e del suo piano lo fa sembrare il miglior verso che abbia mai scritto. Stasera ci si sbronzerà in Main Street, ma, del resto, non c’è altro posto dove andare». – da Bob Dylan, Scritti 1968-2010, di Greil Marcus, traduzione di Barbara Sonego (Odoya)

da Minima & Moralia