Immaginate di vivere in una condizione di incertezza radicale, di dubbi fondamentali che sostituiscono le certezze; immaginate che la vostra vita si regga sulla disinformazione, sulla mancanza, come dice la protagonista Emilia:

«Mi sento incompleta, priva del mio inizio, e tutto il bello che è venuto dopo, tutto il bello che ancora oggi io possiedo non ha una terraferma su cui poggiare».

Emilia Rosati– Frammenti ricomposti

La non banalità del male

Colson Whitehead aggira i cliché. Così i discorsi triti sullo schiavismo riprendono nuova vita

Oggi il male è consegnato al cliché. Non si può scrivere di genocidi, olocausti, massacri senza cadere nel più banale degli stereotipi giornalistici sulla memorialistica. “Per non dimenticare”, “il valore della testimonianza”, “ricordate che questo è stato”, “la giornata della memoria”: tutto è stato ridetto fino alla nausea in quella grande aula scolastica che sono i media e i social, come una parola ripetuta troppe volte che finisce col non avere più senso. Si è partiti dal nazismo per arrivare, che so, a Fabio Volo: tutto è Male Assoluto (mi raccomando, sempre con le maiuscole), che sia Homs oppure un omicidio in provincia o perfino Maria De Filippi. Invece che aiutarci, è plausibile che questa specie di meme pseudostorico abbia anestetizzato non soltanto la nostra empatia, ma anche la nostra capacità di ragionare sulla specificità del male e, di conseguenza, di narrarlo senza cadere nella retorica. Un qualsiasi articolo sulla Shoah è diventato un discorso presidenziale di Natale, dove le parole potrebbero essere rimescolate e ridistribuite di anno in anno e di elzeviro in elzeviro, senza che il succo cambi mai, ma soprattutto senza che diventi più incisivo o interessante. Anche il nervo del linguaggio si consuma, e di conseguenza il racconto della Storia.

The Underground Railroad, il nuovo romanzo di Colson Whitehead che racconta una storia di schiavismo ambientata nell’Ottocento americano, sembra di primo acchito raccogliere la sfida nel modo più canonico. Si apre nel ventre della balena o nel cuore delle cose o nelle viscere melmose di uno dei tanti obbrobri che hanno contribuito a costruire la nostra civiltà. Una donna africana viene deportata e chiusa nella stiva di una nave in partenza. Anche se Whitehead tiene a bada lo stile, percepiamo subito il senso dei corpi ammassati alla rinfusa, in preda alla fame e alla sete e alla malattia, con le persone che provano disperatamente a saltare fuori dal parapetto per morire proprio come certi Häftlinge che nei lager si lanciavano contro la recinzione o speravano in una mitragliata (ma su questa analogia torneremo).

La nave approda negli Stati Uniti, dove gli africani sono messi all’asta. La donna viene acquistata e poi persa a whist, come… stavo per scrivere come un oggetto, la più trita delle similitudini, il solito cliché, ma in realtà bisognerebbe scrivere come uno schiavo, come un corpo nero che vale meno di niente, come uno dei tanti avi degli uomini e delle donne nere che hanno fatto e fanno gli Stati Uniti d’America. La donna sarà schiava e schiava sarà anche la figlia, che però, dopo aver partorito, scapperà dalla piantagione dove è ridotta in catene, lasciando la terza donna di questa storia, nonché protagonista, a se stessa. Da lì comincia la storia di Cora, nata e cresciuta in stato di cattività, abbandonata dalla madre per la libertà (e che strazio in questo amore per chi ce l’ha fatta a nostro discapito), considerata appunto una bestia, costretta a lavorare a ritmi disumani, violentata in gruppo da altri schiavi, votata a combattere per ogni centimetro di vita e di terra contro le violenze dei padroni e le meschinità degli altri prigionieri (la zona grigia di cui ha parlato tante volte Primo Levi). Un giorno un ragazzo le propone di fuggire e lei accetta. È allora che approdano alla “ferrovia sotterranea” che dà il titolo al libro.

Breve digressione. Nell’Ottocento esisteva una vasta rete clandestina di relazioni, connessioni, rifugi sicuri, contatti, chiamata appunto “underground railroad” e deputata al soccorso e alla salvezza degli schiavi neri fuggiti alle piantagioni disseminate nel Sud degli Stati Uniti. È qui che il libro ha uno scarto, rispetto alle narrazioni canoniche. Per scrivere un romanzo ambientato nel 1820 e non cadere nel bozzetto, Colson Whitehead ha avuto un’idea che di sicuro non dispiacerà a Thomas Pynchon: prendere alla lettera l’immagine e inventarsi una vera e propria rete ferroviaria sottoterra che trasporta su scalcagnati vagoni gli uomini e le donne scampati alle grinfie dei padroni, un’impresa colossale votata a far sopravvivere i corpi. Il buco sottoterra che accoglie Cora è uno stratagemma di fuga, certo, ma anche un’idea di poetica e di narrativa, quasi steampunk, un tunnel spazio-temporale che riconsegna all’invenzione la storia muffita che già in un saggio del 2009 Whitehead prendeva in giro, invitando a inforcare gli occhiali seppiati, quando si affrontano le trame del genere “Southern Novel of Black Misery”. Grazie alla ferrovia, Cora riesce a scappare e approda in Georgia, dove impara a leggere e a scrivere, emozionata e stordita di sentirsi per la prima volta libera. Eppure anche lì le insidie non sono finite, non solo viene arruolata come interprete di se stessa in un museo sulla storia afro-americana (e qui Whitehead prende in giro la versione ufficiale delle cose, trita e ritrita, appunto il cliché edulcorato ed edificante), ma si ritrova prima al centro di un processo di eugenetica (ricorda qualcosa?) e quindi occultata in una soffitta che non può non far pensare al nascondiglio di Anna Frank. A un certo punto entra in scena Ridgeway, un cacciatore di schiavi molto tarantiniano, assistito da un tizio che gira con una collana di orecchie appesa al collo (come facevano alcuni soldati americani in Vietnam, di nuovo).

In South Carolina, invece, Cora si trova a viaggiare sul Sentiero della Libertà, una via costellata di strange fruits appesi agli alberi, e Whitehead cerca di farci pensare non solo a ciò che è stato ma anche a ciò che avrebbe potuto essere, su scala ancora maggiore, se le cose fossero andate avanti. O a quello che è ancora. È un cliché ma le continue morti per mano poliziotta hanno riaperto (cliché) una ferita mai rimarginata (cliché) e ripresentato il tema (cliché) dell’incolumità nera, dell’impunità bianca, tanto meravigliosamente analizzata in quel capolavoro che è Tra me e il mondo di Ta-Nehisi Coates (tradotto in Italia da Codice). Anche adesso, mentre scrivo, ho da poco guardato con morbosa insistenza un video di bassissima qualità che (non) mostra l’uccisione di un ragazzo in una città qualsiasi degli Stati Uniti. Era armato o no? Era fatto o no? È stato razzismo o no? Sì, è tutto un grosso cliché, eppure è vero, è davvero una ferita che non vuole rimarginarsi, e Whitehead, che ne è consapevole, vira i toni seppia verso un grottesco nuovo, empatico, trovando un registro che si trova a metà tra i parossismi scoppiettanti di Quentin Tarantino e l’agghiacciante realismo di 12 anni schiavo.

Non sempre per un autore essere molto versatile è una buona cosa: passare da un genere all’altro, non rigirare la stessa frittata di volume in volume, essere troppo volpe e poco riccio. Pensiamo a Philip Roth, Cormac McCarthy, Don DeLillo: tutti grandissimi, tutti mutati nel corso degli anni, eppure riconducibili sempre a temi e immagini precise. E invece chi riesce a catalogare gente come Denis Johnson o Aleksandar Hemon, letterari e divertenti allo stesso tempo, in grado di giocare con i generi e con il loro stesso talento? Lo stesso si può dire di Colson Whitehead, che di volta in volta è passato dal neo-noir al racconto autobiografico, dalla parabola satirica postmoderna al resoconto urbano, dall’horror al reportage sui campionati di poker fino a quest’ultimo romanzo storico, in cui tiene a freno l’estro, pur facendolo scivolare sottotesto in modo ancora più astuto.

Il corto circuito storico diventa voluto, consapevole; il parallelismo aiuta a capire la realtà più della verità stessa; la Storia acquista un nuovo senso; i discorsi triti riprendono vita grazie a una metanarrativa semplice e a personaggi come Cora, soprattutto grazie a una storia bella e terribile, godibile e avvincente, dove l’ironia non è mai troppo consapevole e la consapevolezza non è mai troppo letteraria e la letterarietà non inibisce mai una lettura senza intoppi, tanto che il romanzo è stato elogiato da Barack Obama e da Oprah Winfrey.

Marco Rossari (da qui)

# ioete 2

Ora tu pensa: un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono. Tu sai che sono 88, su questo nessuno può fregarti. Non sono infiniti, loro. Tu sei infinito, e dentro quei tasti, infinita è la musica che puoi suonare. Loro sono 88, tu sei infinito. Questo a me piace. Questo lo si può vivere. Ma se tu, ma se io salgo su quella scaletta, e davanti a me si srotola una tastiera di milioni di tasti, milioni e miliardi di tasti, che non finiscono mai, e questa è la verità, che non finiscono mai e quella tastiera è infinita… Se quella tastiera è infinita, allora su quella tastiera non c’è musica che puoi suonare.

Novecento

Ieri sera mi hai detto che mi prendo tutto. Mi sono ricordato questa immagine. La musica, come la vita, suona, c’è chi lo sa fare conoscendo le note e le scale, chi gli spartiti e chi come te va di cuore. Tu sei puro jazz, suoni, incanti e non si spiega. E io che gli 88 tasti li conosco tutti torno analfabeta.

So tell me what I see
when I look in your eyes
Is that you baby
or just a brilliant disguise

Not Dark Yet

Le ombre stanno calando e sono stato qui tutto il giorno
fa troppo caldo per dormire e il tempo corre via
mi sento come se la mia anima fosse diventata d’acciaio
ho ancora delle cicatrici che il sole non ha guarito
non c’e’ neanche abbastanza spazio per essere da qualche parte
non e’ ancora buio, ma lo sarà presto