È la parola più battuta dal vento, e soffia dentro sino al mal di mare. La più avventata, da quando è cominciato tutto. Isolamento.

 

C’è un’isola dentro la parola, infatti. E ti confonde. Ne sa qualcosa il più grande isolato e isolano di tutti, Ulisse, che per sette anni ogni mattina sulla spiaggia di Ogigia, stordito, piange Itaca e brama Calipso.

 

Isolati per preservarci, isolati per non contagiare. Fascinosa e perversa ambiguità: l’isolamento separa i detenuti (e un tempo i matti) come ogni materiale a rischio, dai cavi elettrici alle zone di soglia, ma aiuta gli artisti a osare, i saggi a riflettere, i mistici a pregare. Quarantena o espansione dell’anima.

 

Isolamento vuol dire farsi isola. Ma ogni isola è sogno e condanna, perché è in balia del mare. Non c’è mito più ancestrale e ambivalente, zuccherato o inzaccherato nei secoli. Utopia e distopia. L’isola di Robinson…